Rom, un dossier toglie la maschera a Ferrante

Il senatore: «Qualcuno bara e cambia le carte in tavola»

Chiara Campo

«Le forze dell’ordine interverranno con severità», ma «Milano non può essere la calamità di tutto. Eppure c’è chi continua a non volerlo vedere, perché è scomodo». Virgolettati dell’allora prefetto Bruno Ferrante - non ancora in odor di candidatura a sindaco per l’Unione -, che sulle pagine del Corriere della Sera del 23 maggio 2005 prendeva posizione sull’emergenza dei campi nomadi in città. Difendeva Palazzo Marino, chiedeva ai Comuni della provincia di fare la propria parte. Un appello inaccolto, confessava, «se non in pochissimi casi, è la mia amarezza. Non si può far finta di non vedere i problemi che devono coinvolgere tutti, non solo il Comune di Milano». Appello raccolto e condiviso dall’assessore Francesca Corso, che sulle pagine di Repubblica, il giorno dopo, garantiva l’impegno della Provincia: «Censiremo in poche settimane le aree e ragioneremo coi sindaci dell’hinterland, pensiamo a una quarantina di campi, ognuno dei quali accolga non più di 50-60 persone, dotati di comfort e magari di prefabbricati». Il modello da seguire, aggiungeva il prefetto Ferrante sul Giornale dello stesso giorno, «è quello milanese, con campi attrezzati, dotati di comfort necessari», il villaggio di Chiesa Rossa che da 5 anni ospita 250 persone «nella più completa gestibilità». Pochi giorni ancora, è il 29 giugno, e sulle pagine di Repubblica si annuncia che partono gli sgomberi, si comincia col campo rom di via Triboniano, e il presidente della Provincia Filippo Penati illustra un progetto fatto di piccoli villaggi al posto dei giganteschi accampamenti «che tanto spaventano i cittadini e le amministrazioni comunali». Ma dalle giunte «rosse» dell’hinterland nessun segnale. Il 4 luglio sulle pagine del Giornale è ancora Ferrante a sottolineare che «l’equilibrio andrebbe allargato alle altre amministrazioni», e il giorno seguente è un senatore della Margherita, Nando Dalla Chiesa, a scrollare i suoi: «Il centrosinistra deve raccogliere la provocazione del sindaco Albertini» (che chiedeva ai Comuni della Provincia di muoversi). Il 13 luglio (su Repubblica) Penati si rimangia l’impegno preso per conto suo dall’assessore Corso: «Non abbiamo il potere di obbligare all’ospitalità i sindaci dell’hinterland. Comunque, in campagna elettorale sono altri, non certo noi». Punto e a capo di una vicenda in cui la logica dello scaricabarile ha avuto la meglio su tutto. Una storia ripercorsa ieri in tutte le sue contraddizioni ieri dal vicesindaco Riccardo De Corato, che ha raccolto in un dossier la «rassegna stampa delle promesse non mantenute da Ferrante e Penati sul campo nomadi di via Triboniano», dopo l’incendio che mercoledì sera ha distrutto un centinaio di roulotte e fatto divampare un fuoco di polemiche tra le istituzioni.
«Le responsabilità di Ferrante e Penati sono sotto gli occhi di tutti - attacca il vicesindaco -: uno non ha mai sgomberato i campi irregolari, l’altro non ha mai fatto in modo che i comuni dell’hinterland, a parte il villaggio appena inaugurato a Cologno Monzese, ne realizzassero di regolari. Chi ha mai visto i 40 mini-campi annunciati dalla Provincia, quelli dotati di ogni comfort?». De Corato sottolinea come dagli articoli apparsi tra il 23 maggio e il 14 luglio del 2005 sulle cronache locali dei quotidiani «risulti chiaramente che l’allora prefetto sollecitava i Comuni dell’hinterland a fare la loro parte perché Palazzo Marino stava già facendo il massimo in termini di accoglienza. Parole che erano rivolte ai suoi attuali “amici sindaci” dell’Unione. E infatti oggi ha cambiato parere, ci addossa strumentalmente la responsabilità di quanto è accaduto in via Triboniano: un po’ di coerenza non guasterebbe. Qualcuno bara e cambia le carte in tavola: le responsabilità sono di chi aveva garantito i 40 campi che non sono mai nati e gli sgomberi che non sono mai stati fatti. Ferrante assicurava che non si sarebbe agito con forza? Non si agì proprio, questo è il punto!».
A Penati, la candidata sindaco della Cdl Letizia Moratti conferma che «la collaborazione istituzionale per me è un valore irrinunciabile, e come gli ho detto, Milano non può sopportare da sola tutto il peso di flussi, regolari e irregolari, di immigrati. Non si può arrivare ai livelli di degrado e rischio collettivo come è accaduto in via Triboniano. La sciagura dimostra ancora un avolta che c’è sempre più bisogno di una pianificazione degli interventi, bisogna lavorare tutti assieme, Palazzo Marino e Comuni dell’area metropolitana, Provincia, Regione, prefettura, questura, volontariato e forze sociali».