Tra rom e turisti: la serata magica di musica ai Fori

Jacopo Granzotto

«Elton John? Chi, quello degli zatteroni e della canzone dedicata a Lady Diana? Canzonette». Sa essere micidiale il lapidario giudizio che molti romani a digiuno di musica (compreso il tassista che mi porta al concerto), affibbiano a certi artisti inglesi col vizio della stravaganza. Come sir Elton John, simpatico gay da non prendere troppo sul serio, nonostante abbia scritto in bella calligrafia la storia del pop. Il fatto è che se sei ricco e con i capelli trapiantati non te lo perdonano e non basta essere un genio, perché qui da noi la musica non va più di moda da anni. Elton da snobbare è stata una comoda scorciatoia per chi al sabato non rinuncerebbe comunque al mare neanche se il Comune facesse resuscitare i John Lennon e Jim Morrison. Molto meglio allora il minimalismo nostrano del cantautore De Gregori piuttosto che uno che fa il rock col coccodrillo, pensa solo a spendere i soldi e si veste come un pagliaccio, insomma fa il rocker di professione.
Fatto sta che i romani hanno preferito riversarsi in massa a Villa Borghese vogliosi di ascoltare musica d’«autore», impegnata, romana. Detto (sarà mai abbastanza?) che Candle in the Wind è stata scritta da Elton John e Bernie Taupin per Marilyn Monroe e poi adattata per Diana Spencer, che la citatissima (dai media) Electricity non è un «celebre hit» e che la canzone Benny (vero Televideo?) non esiste, è interessante raffrontare i due eventi, Elton ai Fori e De Gregori a Villa Borghese, così vicini nel tempo e così distanti. Un dato: sabato al Colosseo ha suonato uno dei pochi artisti in grado di non sfigurare al confronto con McCartney, il più grande. Tra coloro che son capaci: Paul Simon, la coppia Waters-Gilmour, Brian Wilson, Stevie Wonder e l’icona Bob Dylan. Punto. Per credere andatevi ad ascoltare album come «Tumbleweed Connection», «Goodbye Yellow Brick Road» (perché non l’ha cantata?) e il lussuoso «Blue Moves» e capirete. Tutta roba sconosciuta che ha permesso al pur buon De Gregori di fare il colpaccio e pareggiare il conto con il baronetto. Le cifre? Sabato sera Elton ha fatto appena 270 mila spettatori. Di questi non più di un terzo era composto da romani. In mezzo alla folla si parlava soprattutto l’inglese, seguito a ruota dal napoletano dei maleducatissimi ambulanti e dal romeno degli scippatori (a proposito: 5 arresti). De Gregori con il nubifragio ne ha fatti 100 mila senza l’ombra di un giapponese e senza pubblicità. Certo, l’idea di programmare il concertone in un sabato estivo con 34 gradi, un tasso di umidità tropicale e i romani al mare, è stata geniale. Forse involontariamente Veltroni (che di musica ci capisce, eccome) ha voluto fare un regalo ai turisti. Ma torniamo ai luoghi comuni. C’è da giurarci che il prossimo anno, se mai sarà confermato l’appuntamento, gli Stones faranno un milione di persone. «Chi i Rolling Stones? Quelli di Satisfaction? - diranno -. Ah, io li ho sempre preferiti ai Beatles, è roba seria, la storia del rock, mitici...». Un classico tutto da ridere. Provate a chiedere agli stessi quante canzoni dei Rolling conoscono. Satisfaction a parte, faranno la figura del pesce. Chiedete chi erano i Rolling, prima che sia troppo tardi.