Rom, l’Ue processa il Comune: «Avete discriminato i nomadi»

Milano «condannata» per le politiche sui nomadi. Sul banco degli imputati il Comune, gli altri enti locali e ovviamente il governo. Ma la sentenza non è una sorpresa, considerati i «giudici» convocati dal Tavolo rom e dall’Unione europea con la rappresentanza milanese della Commissione: le organizzazioni non governative - prima fra tutte Amnesty international - poi la sinistra più o meno radicale che gremiva la platea, una bella fetta del volontariato cattolico, la Federazione Rom e Sinti insieme e la stessa Commissione europea, rappresentata ad alto livello da un delegato del commissario per gli Affari sociali, il ceco Vladimir Spidla. Non la Corte europea, dunque. Non era certo un giudizio in piena regola. E la sede non era il Lussemburgo o Strasburgo, ma un convegno al Palazzo delle Stelline. Però non cambia molto. I «capi di imputazione» erano tutti politici: Milano è stata giudicata «colpevole» di discriminazioni ai danni dei nomadi presenti sul suo territorio comunale. Jan Jarab, membro del gabinetto del Commissario europeo Spidla, ha parlato a lungo della necessità di politiche di integrazione. Ha indicato la Spagna come modello, elencando cinque differenti approcci alla questione: nessuna politica, politiche repressive, socialmente attive ma di assimilazione (ex Paesi comunisti), approccio folkloristico e identitario (i festival), interventi costruttivi e pragmatici come quelli spagnoli. Pochi dubbi sulla collocazione dell’Italia: «Si è passati - ha detto - da nessuna politica a politiche repressive. Non si può fare una caricatura, ma il discorso dominante in Italia è repressivo, soprattutto dopo il maggio 2008». Non sposta di molto le cose, a suo parere, il piano che Comune e ministero hanno concepito mettendo sul piatto fior di risorse (13 milioni di euro): «Ci sono passi buoni - ha dovuto ammettere - ma il ministro dovrebbe dare messaggi positivi, come Obama con il suo “Yes, we can”». Un bello slogan cambia tutto.
Solo più diplomatico il giudizio della rappresentanza a Milano della Commissione europea: «L’opinione pubblica oggi non va nella direzione dell’integrazione - ha spiegato Matteo Fornara - e Milano fa parte di questa tendenza; alcune scelte recenti danno corda a questa opinione pubblica. Ma ci sono anche esempi buoni di integrazione». Più diretta la stroncatura di Ignacio Jovtis, di Amnesty International: «Abbiamo visitato Milano e le altre città dell’emergenza nomadi - ha detto - documentando casi preoccupanti». Toni addirittura allarmanti per il progetto di dissuasione della sosta abusiva dei sinti a Cusago. Ma Amnesty ravvisa «attacchi ai diritti e discriminazione di rom e sinti», in particolare «per frequenza degli sgomberi, mancanza di alternative abitative e piano nomadi». Un esempio di discriminazione? «Nell’assegnazione di case i nomadi non hanno i due punti che spettano agli sfrattati». Da tutti la richiesta di una moratoria degli sgomberi. Diana Pavlovic, vicepresidente della Federazione Rom e Sinti insieme, ha parlato di «regole speciali» che «hanno limitato i diritti costituzionali», facendo riferimento al regolamento che limita le visite notturne nei campi. Qualcuno ha fantasticato di una gestione «occulta» dei fondi ministeriali. Un crescendo che lo stesso Jarab è stato costretto a frenare bacchettando Vittorio Agnoletto, ex parlamentare europeo di Rifondazione Comunista, prima che lo stesso rappresentante del Tavolo rom, proponendo il suo documento su «Politiche e interventi possibili per i rom e i sinti di Milano» gettasse anch’esso acqua sul fuoco, manifestando apprezzamento per le aperture al dialogo delle istituzioni.
Sì, perché alla quarta ora di interventi, un assessore comunale di Rho è sbottato: «Avete massacrato gli enti pubblici che fanno una fatica tremenda a intervenire, anche per atteggiamenti come questo». «Si dà una rappresentazione inaccettabile della realtà - ha confermato l’assessore provinciale al Lavoro Paolo Del Nero - gli interventi diretti alla sicurezza nei campi tutelano soprattutto i rom che vogliono integrarsi. E in tutta la mattina non ho mai sentito la parola “doveri”». Il dirigente comunale Claudio Azzollini ha costretto tutti a un bagno di realtà: «Il Comune viene descritto come latitante o peggio, ma Triboniano nel 2006 versava in un degrado allucinante, e la situazioni di oggi nei campi non è sostenibile», mentre il prefetto Renato Saccone ha ricordato che «il bisogno può essere un titolo, l’abuso e il reato no. Dalle regole non si prescinde».