«Rom pirata ai domiciliari: vergogna»

Roma«Poteva fare una strage e dopo pochi giorni è di nuovo libero di tornare a sgommare, magari ubriaco com’era quella mattina. Non è possibile, è una vergogna...». Rabbia, delusione e un profondo senso di ingiustizia: questi i sentimenti che serpeggiano tra gli abitanti di Dragona, periferia romana, alla notizia della scarcerazione di Bruno Radosavljevic, il nomade di origini bosniache ubriaco e strafatto di cocaina che il 5 novembre ha travolto 11 persone alla fermata del bus. Le famiglie dei feriti non sono le sole a lamentarsi; perfino gli agenti della polizia municipale hanno il morale a terra. «Ora potrà uscire dal campo rom - sibila Alessandro, barista di Acilia - imbottirsi di droga, prendere una macchina e investire la gente».
Mentre la tensione sale per le strade del quartiere periferico sul litorale romano, il campo sosta di via Ortolani è presidiato giorno e notte da polizia e carabinieri. «Temiamo qualche colpo di mano» ammettono a denti stretti le forze dell’ordine. Disordini, alzate di testa come quella bloccata solo per un soffio alla fiaccolata di solidarietà organizzata a poche ore dal fatto, quando un gruppo di persone con le torce accese si stacca dal corteo diretto all’accampamento di nomadi. O come il raid avvenuto la notte successiva contro un negozio di alimentari romeno. «Tutto per colpa di una svista assurda di alcuni Tg - dice il proprietario, Alex Enache, da 6 anni in Italia -. Dicevano che il nomade era romeno, così qualcuno ha appiccato il fuoco alla nostra attività». Insomma un clima pesante.
«Ho parlato con gli agenti che quella mattina l’hanno arrestato - dice Amerigo Olive, assessore alla mobilità e alla polizia municipale del XIII Municipio - sono sconcertati da quanto accaduto. Non hanno più fiducia nella magistratura». Una nuova manifestazione è stata organizzata da Azione Giovani proprio per protestare contro la decisione del gip Adele Rando di concedere al reo confesso (accusato di lesioni personali aggravate) gli arresti domiciliari. Vale a dire presso il campo rom dove vive la famiglia. Lo stesso da dove, tempo fa, Bruno usciva spesso, nonostante fosse gravato dallo stesso provvedimento, per andare a rubare. Il sistema? Semplice: si faceva sostituire dal cugino Gianni somigliante a lui come un fratello gemello. Era lui che si affacciava dalla baracca alla vista dei carabinieri, inviati sul posto per controllare che tutto fosse in ordine. Bruno, invece, era a oltre 30 chilometri di distanza, a razziare i quartieri bene della Capitale. Se ne sono accorti gli agenti di polizia al confronto delle impronte digitali lasciate in un appartamento ai Parioli con quelle del casellario giudiziario. Nessun dubbio: corrispondevano a quelle di Bruno nonostante l’alibi di ferro confermato dai militari di zona. Al suo attivo reati per droga, furto, ricettazione. Adesso anche guida in stato di ebbrezza e assunzione di sostanze stupefacenti.
La decisione del giudice arriva dopo 20 giorni trascorsi dietro le sbarre, in seguito alla richiesta del legale di Radosavljevic, l'avvocato Andrea Palmiero. Ignote le motivazioni del dispositivo da parte del Riesame che, paradossalmente, si oppone alla decisione del pm Delia Cardia avvenuta dopo l’interrogatorio di garanzia.
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