Per il rom ubriaco giustizia a zig zag...

L’andirivieni di Marco Ahmetovic tra carcere e arresti domiciliari appartiene alle consuetudini della giustizia italiana: che ha le porte girevoli come i grandi alberghi. È inutile discutere sulla congruità della condanna inflitta al rom per aver investito e ucciso, guidando ubriaco, quattro minorenni di Appignano del Tronto. Sei anni e mezzo di galera rappresentano una pena piuttosto severa, per il metro dei nostri Tribunali e delle nostre Corti d’Appello. Ma non fa onore alla giustizia italiana il balletto su dove debba essere scontata la condanna: il carcere; anzi, no: detenzione domiciliare in un campo nomadi; anzi, no: nel residence dove era già stato «ospite»; anzi, no: in cella. Uno slalom di decisioni, fuori e dentro dal carcere in tre mosse e in meno di 24 ore, inaccettabile anche se riguarda un tipo come Ahmetovic: il quale, considerati i suoi precedenti e i suoi comportamenti, può essere tranquillamente qualificato un poco di buono. Un soggetto che la società degli onesti vorrebbe espellere, e che invece profittando delle maglie larghe di codici e regolamenti investe, ammazza, e ha contatti con la malavita - come ha dimostrato - persino dai «domiciliari».
E non diamo peso alla solfa dell’innocenza presunta fino a sentenza di colpevolezza passata in giudicato, il che farebbe dell’Ahmetovic, oggi come oggi, la possibile vittima d’un errore giudiziario. Sappiamo tutti che questi sono sofismi avvocateschi, e che i ricorsi in appello e in Cassazione presentati anche quando le prove appaiono schiaccianti, hanno esclusivamente uno scopo dilatorio. Mamma giustizia ha sempre in serbo i domiciliari, le libertà condizionate, le amnistie, gli indulti, i permessi per lavoro esterno al penitenziario. Ci vuole molta buona volontà, in Italia, per andare in cella.
Ahmetovic è odioso: per il suo stile di vita, per il suo essere in servizio permanente nella malavita, per il modo indecente con cui voleva sfruttare pubblicitariamente una notorietà acquisita grazie al sangue altrui (forse più spregevoli di lui, nella specifica circostanza, coloro che erano disposti a utilizzarlo come «testimonial»). Ma, se proprio vogliamo guardare alla situazione senza partiti presi, dobbiamo ammettere che Ahmetovic in qualche modo sta pagando, l’Italia intera lo vuole castigato, Storace prometteva «un bel comitato d’accoglienza» qualora fosse stato trasferito a Roma. Viene tenuto d’occhio. È, nel bene e nel male, sotto la luce dei riflettori.
Restano in una penombra complice gli innumerevoli altri Ahmetovic che nel gruviera italiano riescono a penetrare, che manovrano i peggiori traffici, che irridono alla legge e anche alle loro vittime. Pullulano questi mascalzoni, magnaccia che mandano le prostitute sul marciapiede - e poi un magistrato ritiene che non si debba impedirlo -, spacciatori che riforniscono di droga i giovani. Il carcere per questa fauna delinquenziale è una breve parentesi nell’attività. E in fin dei conti ci si bada poco. Precisa il Guardasigilli Mastella che se fossero già diventate legge le nuove normative del «pacchetto sicurezza», gente come Ahmetovic dovrebbe essere soltanto detenuta in carcere, e non agli arresti domiciliari. In Italia è così, c’è sempre un se che impedisce qualcosa di buono o che consente qualcos’altro di cattivo. Quando si dice la scarogna.
Mario Cervi