Roma assediata: giusto tassare i cortei

Alemanno vuole chiedere un contributo a partiti e associazioni che
occupano la città Il ticket sulle manifestazioni è un’idea furba e
legittima. Con quello che costa ripulire...

Lì per lì la proposta di Gianni Alemanno, sindaco di Roma, potrebbe passare per una boutade ferragostana. Una tassa sui cortei, figuriamoci. Sulla libertà costituzionale di manifestare per l’affermazione di propri o altrui diritti (io ricordo, alla fine degli anni Sessanta, un corteo che da piazza Barberini scese per il Tritone e finì a piazza Venezia inneggiando al Ceratotherium simum, vulgo rinoceronte bianco, a presunto rischio di estinzione). Ce ne sarebbe da far arricciare il naso alla società detta civile e da far ballare la rumba ai politici e ai giornalisti «sinceramente democratici». Ma Alemanno è furbo e sa farsi, quando occorre, politicamente corretto. Così, dalla tassa, ha subito escluso i cortei, certo i più vandalici e chiassosi, indetti da gruppi o organizzazioni giovanili, studentesche o di disoccupati. Sapendo bene in cuor suo che da quelli non caverebbe comunque un euro, ma semmai sberleffi a non finire. Il sindaco di Roma, ed ecco perché la sua proposta non sembra campata in aria, rivolge il suo interesse ai corteggi «nazionali» indetti dalle grandi organizzazioni sindacali o politiche che finiscono per costare alle casse comunali dai 150 ai 200mila euro cadauno. Manifestazioni che hanno comunque costi elevatissimi (pullman, treni speciali, cestini da viaggio, spese di segreteria, gadgets, cappellucci, bandiere e stendardi, striscioni e cartelli...) nei quali, propone Alemanno, dovranno o dovrebbero essere inclusi anche quelli della mobilitazione della polizia comunale, del servizio sanitario, del transennamento e della pulizia di piazze e strade uscite sempre malconce dal passaggio dei manifestanti.

Una idea eccellente, dunque, che non dovrebbe incontrare la ferrigna ostilità delle sinistre (le quali devono comunque recitare la loro parte appellandosi, appunto, ai diritti costituzionali, al regime che intenderebbe in pratica vietare i cortei e via cantando) perché non sta scritto da nessuna parte, nemmeno nel Capitale del buon Marx, che i cittadini romani debbano pagare per i comodi - alti, solenni comodi, ovvio - dei partecipanti alle adunate che si susseguono l’una all’altra (cinquecento solo negli ultimi sei mesi). Va poi aggiunto che se una Cgil sborsa svariati milioni di euro per mettere in scena il comizio del Primo Maggio, oggi Concerto del Primo Maggio, ciò significa che non è il soldo che manca: meglio, più democratico spenderlo allora per alleggerire un po’ il contributo del Comune e dunque della cittadinanza, che non per pagare il o le «spese», che è lo stesso, dei Rossi Malpelo, per dire. L’unico rischio è che Alemanno non dia seguito alla sua iniziativa. Anche se pare un tipo deciso («Sfonderò le sbarre del pedaggio con la mia auto», disse quando sembrava che il mefitico Gra, Grande raccordo anulare, dovesse passare da gratuito a pagamento), non ci sarebbe poi da stupirsene. Se Obama giurò di smantellare Guantanamo e poi non lo ha fatto, figuriamoci un Gianni Alemanno alle prese col ticket sui cortei. È la politica, d’accordo, però la parte che meno ci piace.