È Roma capoccia Il Milan s’arrende e gela a meno 12

Mancini si riscalda sulla cyclette, entra e segna il gol partita. Ko contro una squadra senza punte, i milanisti salutano il sogno scudetto

Riccardo Signori

da Roma

Vince la Roma senza punte, perde il Milan dell’attacco stellare. L’albero di Natale porta punti alla Roma e scorno al Milan che l’ha inventato, prima di metterlo in naftalina. Ancora una volta il pallone dimostra che il numero di punte non sempre è marchio di successo. Se poi le punte sono gattoni di marmo com’erano ieri Gilardino e Sheva... Meglio un quarto d’ora di Mancini che un’ora e mezzo di quei due. Decide il brasiliano, uno che piaceva alla Juve. Sarà un caso che la Juve ci debba mettere lo zampino anche in maniera trasversale? Berlusconi è stato buon profeta: ora guai a chi parlerà più di scudetto. Il Milan si tappa la bocca da solo e definitivamente. Dopo quasi tre anni, la Roma è tornata a vincere all’Olimpico contro questo Diavolo scornato. Altre volte il Milan aveva trovato rilancio e ispirazione da scudetto. Stavolta è stata una lenta caduta, un inesorabile afflosciarsi, un raccontare i propri limiti con puntuale precisione: l’attacco che non s’accende, le stelle che si smontano, il centrocampo che fa acqua, la difesa che si sconnette appena la Roma trova un decente modo di giocare in attacco. Per la gente di Spalletti è stata l’operazione più difficile della partita. Una volta risolta, ecco trovato il bandolo. Difesa milanista in affanno, in attesa di quell’errore che non manca mai.
Poteva anche finire in pareggio, se volessimo contare le occasioni da gol. Il primo tempo ha lasciato tutti con l’amarognolo dell’insoddisfazione. Il Milan ha preso subito possesso dei suoi territori, la Roma ha certificato sterilità in attacco. Totti costretto a un vai-e-vieni faticoso ed inutile. Il Milan ha cercato il suo calcio fatto di gioco avvolgente, lavoro sulle fasce laterali, ma sempre tenendo un occhio alle spalle. La Roma non aveva punteros, ma centrocampisti agili e intelligenti nell’inserimento centrale dove c’era terreno fertile. Perrotta e Aquilani si sono alternati con Totti nel provar percussioni, la difesa milanista al limite area sembrava come le porte di un saloon, pronte all’apri e chiudi. E non diciamo essere colpa solo della difesa: i romanisti partivano dritti dritti dal centro del campo, dove Pirlo, soprattutto, e talvolta Gattuso latitavano. Seedorf si è impegnato in un gioco di cucito e rammendo che ha trovato pochi sbocchi: Gilardino e Shevchenko se la sono dormita, Kakà non ha mai trovato il guizzo. Per un tempo è stata partita di gran (che non significa bello) giocare, ma poco concludere. La Roma per miserie proprie, il Milan per la fatica a liberare le punte.
Il Milan ha rischiato niente, la Roma ha avuto i brividi su un pallonetto beffardo di Seedorf che, servito da un assist di De Rossi (avete letto bene), ha cercato di scavalcare Doni preso in controtempo, ma il portiere è stato gattone inarcandosi a deviare il pallone. Se si escludono un tiro telefonato di Shevchenko e una combinazione di Kakà e Gilardino andata a sbattere contro una selva di gambe, null’altro da segnalare. Un po’ poco pensando al gran trotto della Juve. Ancora peggio vedendo il secondo tempo, quando la Roma si è fatta più lesta. Totti ha trovato una posizione migliore e la difesa rossonera si è fatta pescare in alcuni attimi di delirium tremens. Il Milan ha regalato al piede di Seedorf un’altra (la seconda) occasione da gol, ma stavolta la sventola valeva un quattro in profitto.
Ancelotti ha cercato un po’ di sale da Ambrosini, ma la partita milanista si è andata spegnendo in contrapposizione al vivace giocare della Roma. Shevchenko ha fatto venir malinconia, mangiandosi qualcosa che poteva essere un’idea da gol. Mancini, appena entrato, ha messo i brividi alla difesa rossonera. Nel Milan si sono spente troppe fiammelle, non certo luci. La Roma si è esaltata: gioco fisico, veloce e determinato. Il Milan è stato sussiegoso, troppo snob. Anche se Kakà e Seedorf hanno provato a tirar sgambetto, infilando qualche pallone avvelenato. Abbastanza per spaventare, troppo poco per vincere. Mancini ha continuato nell’opera di demolizione, finché non gli è arrivato a tiro quel pallone, schizzato sulla gamba di Stam, che ha lasciato Dida come una statua di sale. E mandato il Milan nel museo delle cere.