Roma celebra la diva Elsa: «Sono una stella per caso»

Dal mercoledì i film migliori della Martinelli alla cinerassegna «Diva controvoglia» del Trevi di Roma

Cinzia Romani

da Roma

Il nuovo che avanza, quanto a divi, vi fa schifo o malinconia? Dal 3 al 7 maggio la cinerassegna Diva controvoglia, dedicata alla Audrey Hepburn di Trastevere, quell’Elsa Martinelli ancora magra ed elegante come ai tempi di Pelle viva, potrebbe pacificarvi per un po’. Perché diciamolo, senza timore di apparire passatisti andarsi a vedere al Cinema Trevi, sede del ciclo martinelliano, International Hotel (1963), film di Anthony Asquith dove la Martinelli si aggira nei pannucci di Pierre Cardin, accanto a Orson Welles e di fianco a Liz Taylor, vuol dire rifiatarsi: è tutto così grazioso, così ben fatto. «All’epoca giravamo a Londra e tutte le sere Welles mi portava a teatro con sé, per farmi scoprire i più grandi interpreti scespiriani», racconta l’attrice, scortata dal marito , il conte Franco Mancinelli Scotti, e dalla figlia Cristiana.
«A volte erano spettacoli così barbosi che volevo andarmene via. “E invece devi restare, per scoprire la differenza tra un attore cane e uno bravo!”, mi disse una sera Orson, col suo vocione», conclude l’aneddoto quest’interprete, in un certo senso, di nicchia. Forse perché troppo secca, mentre in Italia andava la misura dalla quarta alla sesta (di reggiseno); magari perché provvista d’un carattere scostante, o semplicemente perché non c’era un marito produttore a supportarla e a spingerla (ma Silvana Mangano e Sophia Loren avrebbero sfondato comunque, anche senza il tycoon nel letto coniugale), fatto sta che la diva andava forte negli Usa, più che da noi.
La sua filmografia, in effetti, pare atipica, con quella sequela di registoni a metterla, lei ragazzina efebica col faccino cerbiatto, davanti alla macchina da presa. E stiamo parlando di Howard Hawks, che nel 1962 la diresse in Hatari!, insieme a John Wayne, «un mostro di bravura e un omone alto uno e novantadue, eppure sempre con gli stivali», rammenta la Martinelli, che volò in Africa, lasciando a casa la macchina da cucire e sette sorelle, perché «c’erano anche bei soldi, sul set era sempre vacanza, sebbene non ci fosse copione. A detta di Wayne, con registi come Hawks, Ford e Walsh si sa più o meno dove andare, e questo basta».
E parliamo pure di Roger Vadim, che la volle nell’horror Il sangue e la rosa (1960), con la fotografia di Claude Renoir a evidenziare gli zigomi alti di Elsa, la sua taglia scattante, la frangetta allora (e sempre) di moda. Nostalgici della Nouvelle Vague, all’erta! A vicolo del Puttarello, potreste rivedere un tipo di ragazza oggi estinta, che rivive nella recitazione femminilmente ragazzesca di Elsa. Ma perché «diva controvoglia»? «Sono sempre gli altri ad appiccicare le etichette. Io, diva lo divenni per caso, non ho voluto giocare alla star», dice lei, barando. «Ho preferito fare la mia vita, andare al mercato a far la spesa. Ho rilasciato interviste persino a Topolino, mentre oggi, se una non si presenta con dodici guardie del corpo e ventisette addetti stampa, non è nessuno».
Ma lo sa la Martinelli che Topolino è una testata tutt’altro che minore, da noi? Sarà, ma fu la moglie di Kirk Douglas a chiederle, in un ristorante esclusivo di New York, se lei, ragazzina in blue jeans, che aveva posato per Vogue, Harper’s Bazar ed Esquire, volesse darsi al cinema. «Figurarsi! Dovevo partire al volo per l’Oregon e calarmi nella parte dell’indiana muta. Non sapevo una parola d’inglese: si può dire che feci cinema per curiosità», commenta l’attrice, che ancora per curiosità ha girato, l’anno scorso, la fiction tv Orgoglio. Ora in Rai non ci sono soldi, Orgoglio non si fa e la Martinelli non potrà ammazzare tutti, dagli Obrofari in poi, come previsto dal copione. «All’estero i divi sono protetti. Se penso a Michèle Morgan, ancora osannata in Francia, a ottantasei anni! Tra un po’, da noi non si parlerà più di De Sica, di Rossellini... Però, mi piacerebbe girare un film brillante con Verdone: i miei amici mi trovano divertente».