La Roma concettuale di Guston

Mura, ville, fontane con giochi d’acqua, tesori nascosti sotto terra e asfalto - alcuni percepiti, altri solo vagheggiati - monumenti a cielo aperto e «monumenti» da museo. È l’essenza della romanità, filtrata attraverso sguardo e sensazioni di uno straniero, la protagonista delle quarantadue opere della serie «Roma» realizzate da Philip Guston durante la sua permanenza all’American Academy capitolina tra 1970 e ’71, ora, per la prima volta esposte insieme nella mostra «Philip Guston, Roma» al museo Carlo Bilotti fino al 5 settembre. A catturare l’attenzione dell’artista sono le architetture che spoglia di ogni ornamento per ridurle a forme primigenie dal forte simbolismo geometrico. Roma racconta così storia e modernità nelle strutture che ne definiscono l’orizzonte, prendendo le mosse dalla concretezza del figurativo per approdare a un minimalismo concettuale, a tratti metafisico, che si palesa nell’unica realtà possibile o forse interessante, quella di carta e colore. Di questa città ideale, Guston sceglie gli abitanti in una sorta di elezione e vocazione alla Bellezza come patria filosofica di ogni artista. Nel Pantheon, omaggio ai maestri, cita Masaccio, Piero della Francesca, Giotto, Tiepolo e De Chirico. Nel tratto, però, non dimentica Fellini e altre influenze «respirate». Roma è per Guston un rifugio, la città che deve rendergli fiducia nel suo talento e nel rapporto con l'arte. Qui si nasconde dopo le critiche alla sua mostra alla Marlborough Gallery di New York. Qui riposa mani e mente. Qui trova le forze per ridefinire il suo stile tra ironia, classicismo, simboli e luci, in contrapposizione alle oscurità americane che raffigura con incappucciati e impiccagioni.
Fino al 29 luglio ogni giovedì sera, il biglietto della mostra consentirà di assistere ad aperitivo-concerti jazz alla Casina del Lago.