Roma e Inter, recita finale Cercano il dolce in coppa

Gara d’andata di Tim Cup: Mancini teme la sosta e punta su Adriano per vincere subito

Riccardo Signori

nostro inviato ad Appiano Gentile

Tutto parte da un benaugurante fiocco rosa e da una maglietta da collezione. È nata Sol, la figlia di Javier Zanetti. Un sorriso, che forse è un augurio. La maglietta sarà quella che stasera indosserà l’Inter: un classico nerazzurro personalizzato dalla data della serata, la scritta «finale di coppa Italia» e gli stemmini delle due squadre. Potrebbe divenire una maglia storica: da asta o da collezione. Il resto toccherà all’Inter, intesa come squadra, come società, come eterna dissipatrice di illusioni. Ieri Moratti ha pranzato con la squadra, ed è stato un segnale per i distratti. Mancini ha rispedito tutti nell’inferno dell’attesa con una battuta: «Ci siamo dimenticati come si gioca, visto che il campionato è finito da un po’». E questo è il cruccio: aver rotto l’incantesimo che ha guidato la squadra per tutto il girone di ritorno. La delusione in campionato ha bisogno di essere medicata. L’allenatore si gioca una stagione ed un po’ di reputazione: con la coppa Italia ci sa fare, ne ha infilate da giocatore e da tecnico. Potrebbe pareggiare Eriksson nel guinness: lo svedese ne ha vinte quattro con tre diverse squadre (Roma, Samp e Lazio), lui è fermo a due (Fiorentina e Lazio).
Ma qui conta soprattutto l’Inter e quel suo rincorrere senza fine il gusto di un successo. Stasera a Roma, mercoledì a Milano, sembra quasi che la sceneggiatura del pallone abbia preparato tutto: un lungo tappeto da stendere sotto piedi buoni e piedi zoppi. Davanti c’è la Roma, d’accordo. Ma la Roma di questo campionato è la miglior compagna di viaggio che gente affamata di successo possa attendersi. L’Inter non può buttare un’altra occasione. Solo la lunga attesa, la troppo lunga sosta e gli impegni dei giocatori con le nazionali possono aver cambiato il rapporto di forze che s’intuiva a fine campionato. Per questa ragione Mancini ha chiesto di non farsi la bocca buona, prima ancora di giocare. Il 5 maggio interista e il 25 maggio milanista insegnano. «Andiamo a Roma per vincere, ma non bisogna tener conto del campionato, quei valori non contano più in questo momento. Si affrontano due squadre che hanno giocatori molto bravi e che possono fare la differenza».
L’Inter ha rimesso insieme i pezzi, con qualche coccio: perso Vieri, Veron sarà pronto solo per il ritorno, abbottati Materazzi, Kily, Cordoba e Karagounis, ad uso limitato alla partita di stasera Adriano e gli argentini. A rischio Martins, Cristiano Zanetti, Materazzi, Kily, Carini: un’ammonizione e saltano la prossima. Eppoi i soliti pasticci, con tanto di sbadataggini societarie: l’Adriano immerso nelle usuali bizze verbali e di viaggio, voci di mercato che impazzano, i pro e contro Mancini, i difficili rapporti interni. Problemi da accantonare per tre giorni. Mancini spera ancora di avere i sudamericani per mercoledì. «Ma non so come fare». E intanto dovrà vedersela con il sudamericano dell’altra sponda: spunta fra i discorsi «pierino» Cassano, uno che fa impazzire fuori e dentro il campo.
L’allenatore tempo fa aveva già schiacciato l’occhiolino a Moratti, stavolta ci ha riprovato con minor convinzione. «Cassano è un grande giocatore, noi abbiamo cinque bravi attaccanti, un altro creerebbe problemi. Non certo a me. Tutto dipende dai movimenti del mercato. Sono contento degli attaccanti che ho. E includo anche Adriano che è giovane e può commettere qualche errore, ma non mi ha mai messo in difficoltà per allenarlo». Invece Cassano... «Se arrivasse non mi spiacerebbe». E se qualcuno non è d’accordo, stasera è libero di farlo fuori. Tutto sommato Mancini non chiede altro: per oggi, per mercoledì, forse per sempre.