Roma ha un tesoro ma chiede soldi agli italiani

L’ex sindaco Veltroni ha lasciato in eredità un maxidebito pari a sette miliardi di euro. Ma se il Comune vendesse parte del suo patrimonio potrebbe sanare i bilanci e non far pagare la collettività

Roma - Anche nelle migliori famiglie si vendono i gioielli ereditati dalle nonne. Scelta accettabile, a patto che da quel momento in poi si mettano a posto i conti e si scelga la via di una gestione oculata delle finanze. Quella del famoso buon padre di famiglia che tutto farebbe fuorché ipotecare il portafoglio di figli e nipoti. Allora a Roma la domanda sorge spontanea: perché per risanare il buco ereditato dalle passate gestioni non si comincia a vendere il patrimonio del Comune? Anche perché - a quanto pare - il peso dei debiti romani potrebbe ricadere su tutta la collettività. E l’onere di ripianarlo toccherebbe ad amministrazioni, magari virtuose, alle quali non è stato concesso l’onore di crearlo.

Operazione difficile, ma che potrebbe fruttare 5,5 miliardi di euro. Poco meno del maxidebito che è di 7 miliardi. Difficile fare un conto di quanto valgano nel complesso i «beni di famiglia» del Comune di Roma. Tanto per fare un esempio l’ultimo rapporto sull’edilizia pubblica a disposizione dei cittadini risale al 2000. Prima, quindi, che si cominciasse a mettere sul mercato il mattone municipale. Allora gli immobili erano 49.819. Numero che dà le vertigini se si pensa alle quotazioni del metro quadro nella Capitale. Una bella fetta fa però parte del patrimonio indisponibile: scuole, uffici. E quelli è giusto che rimangano pubblici. Poi c’è l’edilizia popolare. Nel 2000 gli alloggi Epr (Edilizia pubblica residenziale) erano 25.000, oggi un po’ meno. A quanto pare, se si vendessero le case popolari, si riuscirebbe a raggranellare solo poco più di 300 milioni di euro. Ma a Roma, si sa, a valere sono altri edifici.

Il valore complessivo, otto anni fa, si aggirava intorno ai 3,5 miliardi di euro. Ma dentro c’è di tutto. Strade, cimiteri. Ma anche ville ed edifici di valore storico artistico. Ipotizzare la vendita a un privato, che magari le valorizzi e le trasformi in un qualcosa che crea valore, non dovrebbe essere più un tabù. Ci si potrebbe chiedere, ad esempio, se abbia senso mantenere la partecipazione nella proprietà di gioielli, come l’Auditorium-Parco della musica, che il Comune detiene insieme a Regione, Provincia e Camera di commercio. Oppure se la sezione del sito, voce «ville e parchi», debba essere così ricca. Villa Bonelli, Villa Carpegna, Villa Doria Pamphilj, Villa Flora, Villa Veschi, Villa York, Villa Piccolomini. Alcune sono date in gestione ad enti. Quasi tutte sono inserite in parchi pubblici, ma renderle private non significa sottrarle alla cittadinanza. Anzi.

Se poi si passa a fare la rassegna delle partecipazioni societarie del Campidoglio, si entra nella giungla del famoso neosocialismo municipale. Quello che tutti vorrebbero superare. Utopia pensare che il Comune piazzi all’improvviso tutte le sue azioni. Ma se lo facesse nelle sue casse arriverebbe una cifra intorno ai due milioni di euro. Somma del valore delle quote detenute in varie società. Da colossi come Acea (51 per cento), azienda energetica. Oppure l’Ama (100 per cento delle azioni), che è l’azienda dell’ambiente e vanta attività anche in altri continenti. Da poco è stata dismessa Ama-Senegal. Poi ci sono Trambus e Atac, Fiera di Roma (100 per cento) e, addirittura, Adir, la compagnia assicurativa del Comune. Partecipazioni in Aeroporti di Roma, Centrale del Latte e altre, i mercati generali. Insomma, se con un colpo di bacchetta il Campidoglio vendesse tutto, non avrebbe né azioni né mattoni. Ma avrebbe anche un debito accettabile.