Roma, una metropoli a «luci rosse»

Alessia Marani

Gli albanesi hanno fatto il salto di qualità: niente più donne sbattute sulla strada, ma locali, night, negozi aperti in madrepatria coi soldi «guadagnati» in anni di sevizie e sfruttamento delle connazionali sui marciapiedi di mezzo Stivale. Le cinesi compaiono ora: sulla Palmiro Togliatti, a Ostia. Vicino protettori dagli occhi a mandorla, «angeli custodi» che hanno deciso di sfidare il proverbiale «vivi nell’ombra» del popolo del Dragone incuneato nella culla dell’Occidente. Poi i romeni, esercito di immigrati che hanno deciso di dare la scalata a criminali comuni e malavitosi di rango: sono loro adesso a tenere la piazza delle lucciole che «illuminano» le notti della Città Eterna. «Il 70 per cento delle prostitute - confermano i carabinieri del nucleo operativo provinciale -, donne che hanno più facile ingresso nei confini nazionali. Che arrivano “su ordinazione” coi pullman che fanno capolinea a Roma Tiburtina, pronte a sostituire “colleghe” finite nella rete dei pattuglioni e rimpatriate. Un ricambio continuo da cui dipende l’alternanza di un gruppo piuttosto che un altro sulle strade capitoline del sesso a pagamento».
Nuove frontiere. Non esistono holding del meretricio. Nessun cartello o clan gestito a Roma come nella Chicago degli anni Trenta. «Lo dimostra il fatto - dicono gli investigatori di via In Selci - che in tanti anni non abbiamo registrato episodi di vendette o regolamenti di conti. Nessun fatto di sangue che abbia innescato il campanello d’allarme. La spartizione della città avviene secondo una logica da “supermercato”. Chi cerca incontri occasionali sa dove andare. E se un gruppo viene scoperto o azzerato perché le ragazze incappano in qualche controllo, allora ne subentra un altro o gli stessi si riforniscono di nuova “manodopera”. Ecco perché l’“offerta” non manca mai».
In trappola. Retate per la prevenzione; indagini per dimostrare il favoreggiamento o lo sfruttamento della prostituzione se non la riduzione in schiavitù. «Bisogna raccogliere elementi sufficienti a giustificare un’ordinanza di custodia cautelare - dicono gli inquirenti dell’Arma -, un castello d’accuse che regga in dibattimento e che porti alla condanna definitiva degli imputati, che rischiano fino a quindici anni di carcere. A volte ci vogliono mesi di pedinamenti e intercettazioni. E spesso le ragazze che si decidono a denunciare lo fanno quando già si sono liberate, ospiti in centri d’accoglienza o tornate a una vita normale». (...)