Da Roma a New York, otto mesi di gaffe

Campionario di battute fuori luogo del premier: passi falsi con Cina e Iran, comizi di vittoria a urne ancora aperte

Luca Telese

da Roma

C’è qualcosa o qualcuno, un demone sulla spalla, uno spiritello che lo insegue e lo perseguita. C’è un nemico che tallona Romano Prodi da vicino e ogni tanto - eh-ehh! - lo accoltella alle spalle, quando meno se lo aspetta. Se stesso. I primi cento giorni di governo del Professore, a parte la sofferenza dei tredici partiti riottosi, e dei tanti alleati più o meno infidi, hanno avuto un protagonista: il doppio-gaffeur di Romano Prodi, il suo alter ego dalla lingua lunga, un Peter Sellers con accento emiliano-romagnolo (ricordate Oltre il giardino?) che ogni tanto - nei momenti critici - irrompe sulla scena con l’incedere di un elefante in cristalleria e una battuta di troppo.
Margherita «suicida». Il primo schizzo di umor nero macchiò la prima pagina di La Repubblica proprio all’inizio della campagna elettorale, una letterona (oggi dimenticata) piena di furore contro i soci dell’Ulivo che remavano contro. Tutto fu sanato, mediato e ricomposto: ma pochi mesi dopo, sempre dalla fatidica Cina (quanto è costata al professore la passione sinologica del figlio Giorgio!) Prodi cesellò un commento laconico e spietato sul comitato nazionale della Margherita che aveva respinto (allora) la proposta di liste uliviste. Francesco Rutelli coniò lì il suo stilema mitico del «pane & cicoria», Prodi sibilò feroce: «E’ un suicidio!».
Roma ladrona. A volte è la bizza di carattere che agita la scimmia. Altre è la facondia disinibita, l’idea che se lo fai in romagnolo, sibililando e sorridendo - eh-ehh! - puoi dire tutto quel che vuoi. La gaffe più topica della campagna elettorale si verifica durante una trasmissione radio di Linus, quando il futuro premier dice: «Roma è bella ehhh,, mi piace checché ne dicano... ma non ci abiterei. Ad abitarci davvero no». Ma come, a venti giorni dal voto? Persino Walter Veltroni fu costretto a distinguersi («Mi dispiace, Romano ha sbagliato»), quei discolacci di An, invece, tappezzarono la Capitale di manifesti sarcastici: E chi te ce vole!
«Non ho la bolletta...». Su Ici, tasse e successioni, come è noto è un pasticico. Nell’intervista a Lucia Annunziata poi (su Raitre,a lla vigilia del voto) è memorabile lo scambio di battute. «Professor Prodi, lei ha una casa?». E lui: «Sì: una a Bologna e una a Bruxelles più... un nono di una casa di campagna» (dopo le elezioni, bada bene, la casa di campagna è diventato «il castello dei Prodi»!). La giornalista: «Quanto vale?». Il professore: «Beeeh... 600-650 mila euro?».. Lei: «E quanto paga di Ici?'». Lui: «Non lo so... Ehhh... se lo avessi saputo le avrei portato la bolletta...». Mitico.
«Abbiamo vinto!». Ma l’incidente topico, il vero passo falso, si verifica la sera del voto, con la celebre dichiarazione di piazza Santi Apostoli. Quella volta, ad animare la scimmia, sulla spalla del Professore fu lo choc anafilattico-adrenalinico del risultato imprevisto: alle tre del pomeriggio ti danno vincente di sei punti; alle sei e mezza dovresti celebrare la tua vittoria (ma non ti presenti); alle undici di sera ti dicono che stai perdendo e hai il down. Quando lo scrutinio nella notte gli regala la Campania, per un soffio di voti, la scimmia si cala in Prodi, che era sul palco, e prende a parlare con voce rauca: «Grazie.... grazie per la bellissima campagna elettorale... abbiamo vinto!». Vinto? Ad urne aperte era troppo, persino Ciampi lo tenne a bagno maria per un mese, e lasciò il Quirinale senza dargli l’incarico.
Siria & Iran. Questa estate il Professore si ritrova improvvisamente senza comunicatori intorno: tutti in ferie, da Rodolfo Brancoli a Silvio Sircana, a Sandra Zampa. È il tempo della luna di miele, si autogestisce, parla pochissimo. Gli sfugge un moto di gioia: «Visto come vado bene da solo?». Meglio mordersi la lingua, perché subito dopo, in politica estera non gli va bene: un giorno gli scappa detto che sul Libano deve «mediare Theran» (e dice che è stato frainteso). Un altro annuncia che ci sarà «pattugliamento al confine «d’accordo con la Siria» (e il giorno dopo Bashar Assad lo fa smentire). Magari il Prof aveva ragione, ma la scimmia chiacchierona gli aveva fatto dire una parola. Di troppo.
«In Aula Io?» Dalla Cina, mentre precipita in Italia il caso Telecom, e le opposizioni, in nome del galateo istituzionale gli chiedono di andare in aula, la scimmia di nuovo si impadronisce del Professore, gli grida in gola il suo disappunto: «Ma che siamo matti?». Stavolta, a dirgli che in Parlamento ci si deve andare, che è la democrazia, bellezza! è Fausto Bertinotti. Le ultime due perle? Arrivano a raffica. La prima: «Siamo contro l’embargo delle armi» (come come? scimmia guerrafondaia?). La seconda: «Siamo favorevoli al fatto che la Cina resti una» (Scimmia anti-Tawan).
Guardie svizzere. Sulle minacce a Papa Ratzinger, si arriva al capolavoro: «La sicurezza del Pontefice? Ci penseranno le sue guardie». Roba che nemmeno i mangiapreti. Il curato di campagna (definizione che Prodi fece sua) ha sfiorato l’apostasia. Errore fatale, per un cattolico che tutti gli anni si raccoglie a Camaldoli. Doveva essere il «papa Romano», la scimmia - maledetta bestia - lo ha fatto sembrare un nuovo Milingo.