Roma non ci sta: torneo falsato

L’affondo di De Rossi: «Nessun complimento all’Inter: per due mesi ha vinto come sappiamo...»

nostro inviato a Catania
Un’ora abbondante con lo scudetto sul petto. È l’unica consolazione per la Roma un po’ gagliarda e un po’ tenerona che torna a casa col secondo posto in tasca e sul cuore una pietra grande così. Lo scudetto se ne va, vola verso San Siro interista senza particolari demeriti, ma non vuole infierire. È l’ultimo capitolo del lungo duello e bisogna prendere atto dell’epilogo, temuto e forse anche atteso. Sognare non costa niente. E la Roma per un’ora, mentre parte in vantaggio (stilettata di Vucinic dopo 8 minuti), si mette lo scudetto sul petto. È una minuscola soddisfazione che Spalletti prova a ingigantire. «Arrivare tre volte secondi non è un rodimento, è un risultato strepitoso. Specie se ottenuto al cospetto di rivali che godono di mezzi economici enormi. Perciò assegno alla mia squadra un bel 9.5 come voto», la sua idea conclusiva che riassume una sfida che continua. In coppa Italia e nel prossimo campionato. Sotto sotto c’è spazio per coltivare rimpianti. E qualche veleno, come quello sparso da Daniele De Rossi a fine gara: «Il campionato è falsato, lo scudetto morale lo ha vinto la Roma. Non parlo di associazione a delinquere, ma di sudditanza. I nerazzurri in un paio di mesi hanno avuto un calo e alcune partite che non riuscivano a vincere sono state fatte loro vincere in assoluta buona fede». A parte gli arbitri, cosa deve maledire la Roma? Quel pareggio burla di Cagliari oppure la beffa patita più tardi col Livorno? Si può scegliere, nell’attesa della finale di coppa Italia e nella consapevolezza che la lezione possa tornare utile per il prossimo duello scudetto. La Roma di Spalletti non ha voglia di passare alla storia del calcio italiano come l’eterna seconda.
Un’ora abbondante con lo scudetto sul petto, allora, mentre lo stadio di Catania sembra diventato il pennacchio dell’Etna: sbuffa lava e manda al cielo lapilli, trasformandosi in un alleato dell’Inter che soffre e insegue mille chilometri più a nord. E infatti, appena Ibrahimovic firma il gol scudetto, tutta Catania trae dalla notizia una forza terribile e sullo slancio riesce a raggiungere la salvezza che è poi un pareggio confezionato al pari di un saporito e morbido babà. Da qui, pochi minuti dopo la fine del torneo, a stretto giro di intervista televisiva, le proteste e i veleni dell’Empoli, del suo presidente precipitato in B. Non riescono a perdonare a Spalletti, che è uno di casa, uno di loro, per quel gol preso a pochi minuti dai titoli di coda: la stoccata di Martinez, lasciato solo davanti alla porta, è un colpo al fegato.
Non hanno completamente torto a Empoli. La fama del calcio italiano contagiato in maniera virtuosa dalle sane e leali abitudini inglesi, dura lo spazio di una settimana. Il tempo di celebrare la tenuta del Siena a San Siro e la tigna del Napoli nei confronti del Milan, prima di arrendersi alle vecchie abitudini, agli inciuci. E infatti succede quel che è scritto dietro la lavagna delle dichiarazioni burrose e ipocrite, storie di premi farlocchi e di impegni allo spasimo improbabili: la Roma, quando s’accorge che vincere al Massimino e inguaiare Zenga non serve a niente, arretra fino al punto da consentire al Catania di raggiungere il salvacondotto. Meritato se si esamina la contabilità della ripresa: due traverse, due paratone di Doni, una rete annullata. «Non mi sono illuso, avevamo le mani legate» confessa alla fine Luciano Spalletti, che ha la faccia della retrocessione, volto triste e parola pronta per sottolineare il gran lavoraccio svolto a Trigoria. Walter Zenga ha le movenze del conquistatore. Circondato da figlio e moglie, bacia un tatuaggio e brinda alla conferma e alla salvezza sulla panchina del Catania, in serie A, conquistate nel giro di un mese e mezzo, sette partite appena prima di spiccare il volo e di conquistarsi una fetta di gloria da queste parti. Anche il clima, dentro e fuori lo stadio, cambia magicamente. E i cori minacciosi («A Roma non tornate») cedono il passo ai fuochi d’artificio e ai palloncini colorati, ai giri di campo e all’invasione nelle viscere dello stadio trasformato in una bolgia dantesca. Un’ora con lo scudetto sul petto: forse la prova generale può servire per il futuro della Roma.