Roma è di nuovo "mamma" grazie al Festival del Cinema

Tanto per cominciare, Gian Luigi Rondi, che presiede il Festival Internazionale del Cinema di Roma, quest’anno non becca i 5.000 euro previsti per seguire l’ambaradam capitolino. È la legge, bellezza, che taglia gli stipendi ai presidenti delle Fondazioni. «Per fortuna, ho la mia pensione di giornalista e con quella camperò», scherza il decano dei critici italiani, mentre ultima il catalogo della kermesse (dal 28 ottobre al 5 novembre). Se le sale cittadine chiudono, nonostante i 100 titoli l’anno della cineindustria, l’Auditorium che fu pascolo di Goffredo Bettini&Walter Veltroni (lo chiamavano «Bettinorum») all’occasione diventa fiera di film e posto dove fare business. Fino a un certo punto, vista la coincidenza delle date con l’American Film Market di Santa Monica, prestigiosa sede di scambio globale. «Tutto il cinema per tutti, è il mio motto e per la prima volta, nella quinta edizione, avremo una giuria internazionale, presieduta da Folco Quilici, anche nella sezione “Altro Cinema”», scandisce Rondi con affabilità veterodemocristiana.
«Mamma Roma» stavolta lega i titoli in concorso al cordone ombelicale: la Madre, infatti, sia nella versione divina (Maria di Nazareth, protagonista del film di Guido Chiesa in concorso), sia in quella terrena (la Rebecca di Nicole Kidman, che in Rabbit Hole sopravvive al figlio), regna quale figura di riferimento irrinunciabile. Abbondano anche i padri, però, «soprattutto quelli sfigati e soli, alle prese con una difficile genitorialità», anticipa la direttrice del Festival Piera Detassis, che vorrebbe forse traslocare in Laguna, quando Marco Müller lascerà la Mostra di Venezia, pur ritenendosi «bruciata».
Tra tagli, cartelloni tristo-vintage con i defunti Vittorio De Sica e Marcello Mastroianni, inneggianti alla strasepolta Dolce Vita; cronisti, costretti allo slalom nel traffico della città più caotica d’Europa; dive rifatte e anoressiche sul red carpet, c’è poco da scialare. Ma con le esperienze positive di festival cittadini come quello di Berlino e Toronto, perché non dare fiducia alla manifestazione romana? Viene dal Festival di Toronto il drammatico Rabbit Hole di John Cameron, prodotto e interpretato dalla 43enne Nicole Kidman, qui Becca Corbett, moglie di Howie (Aaron Eckhart) e madre di Danny, che muore in un incidente stradale. Lei, devastata dal lutto, si isolerà in una strana relazione con il giovane artista, che guidava la macchina investitrice del suo bimbo… Candidato all’Oscar, Rabbit Hole avrà un forte impatto emotivo. «Mi sento molto esposta e nervosa, perché il film susciterà tante emozioni. È un grande peso, ma sono contenta d’averlo fatto: è un omaggio alle famiglie, colpite da simili tragedie», ha detto Nicole, 2 figli adottivi con l’ex-marito Tom Cruise e una figlia, Sunday Rose, con il cantante Keith Urban.
La madre delle madri, Maria di Nazareth, è al centro di Io sono con te di Guido Chiesa (in concorso). «Il film è vicino ai passi evangelici, ma non ci saranno angeli. È piuttosto un film sulla maternità terrena», spiega Chiesa, che ha ingaggiato ignoti attori nordafricani per la sua storia, corredata dalla canzone dei Beatles Let it be («Se ascoltate bene, capite che Let it Be parla della Madonna», suggerisce lui). E due madri lottano per la supremazia dei rispettivi figli nella coproduzione italo-franco-tedesca Una vita tranquilla di Claudio Cupellini (in concorso), dove Il Divo Toni Servillo, ex-killer della mafia, tiene in piedi due famiglie: una in Italia e una in Germania, dove s’è riciclato come pizzaiolo, la strage di Duisburg sullo sfondo. Pure nell’esordio registico della sorella di Alba Rohrwacher, Alice, ovvero Corpo celeste, una madre calabrese e tosta torna dalla Germania in Aspromonte, campando come può. L’altro titolo italiano in concorso, La scuola è finita di Valerio Jalongo vede Valeria Golino nel ruolo d’una insegnante maternamente comprensiva.
Le sexy Keira Knightley ed Eva Mendes soffieranno invece sul fuoco della passione, contendendosi Sam Warthington (e gli sguardi dei fans) nel film d’apertura Last Night di Massy Tadjedin. E niente tappeto rosso tradizionale: al suo posto, una spianata di fiori in stile ikebana (il Giappone è il Paese ospite d’onore), sul quale sfilerà Martin Scorsese, che accompagna il restauro de La dolce vita di Fellini, reso possibile dai 900mila dollari versati da Gucci alla Martin Scorsese Film Foundation.