Roma, parte in retromarcia la conferenza sull’Afghanistan

Le critiche di Karzai alla Nato per i bombardamenti di civili Assente la Rice. L’estrema sinistra chiede il ritiro dei nostri soldati

Roma - L’idea di Massimo D’Alema magari non era neanche così malvagia: trasformare un summit tecnico - l’organizzazione della giustizia in Afghanistan di cui l’Italia è mandataria dell’Onu - in qualcosa di “più politico”, per capire se fosse possibile fare della Farnesina il semaforo verde a quella conferenza sul futuro di Kabul per il quale è un anno che il nostro ministro degli Esteri si batte incessantemente. Con poco successo.

L’appuntamento che ha preso il via ieri è stato però affondato o quasi da una diserzione di rilievo e da un paio di boomerang: le stragi dei civili che hanno raffreddato il rapporto tra Nato e il presidente afghano Hamid Karzai, ma anche la lettera spedita a D’Alema da Emergency venerdì scorso ma di cui si è avuta notizia solo ieri. L’assenza, innanzitutto: è quella di Condoleezza Rice. Vale a poco sostenere che sono giunti a Roma il suo vice per gli affari asiatici Boucher e l’ambasciatore di Washington presso l’Onu Khalilzad (di origine afghana), il quale ha tra l’altro fatto sapere di non aver messo in conto alcun colloquio con un rappresentante del governo di Teheran. Se mancano gli Stati Uniti, la partita è destinata a rimanere solo tecnica. E a quel che si è capito la Rice non è arrivata proprio per evitare di vedersi costretta ad avallare altri schemi.

Quanto alla inattesa missiva giunta alla Farnesina, si mette in luce come nell’attuale contesto di guerra, vale solo l’opzione “amico-nemico”, per cui cercare di perseguire la legalità «è impossibile a meno che non si arrivi ad un immediato rifiuto della guerra». Insomma, se i combattimenti proseguono, è inutile cercare di costruire un sistema giudiziario per il quale la Ue ha stanziato 200 milioni di euro e l’Italia altri 10.

A parte che c’è chi, come Cossiga, ironizza pesantemente sulla volontà italiana «di abolire la sharia» e chi, tra gli esperti, assicura che ci vorranno almeno 20 anni per concretizzare qualche risultato, visto che al momento prevale addirittura il diritto tribale, è da mettere in conto che il combinato disposto tra stragi di civili dovute ai bombardamenti aerei Nato («ma i talebani spesso si fanno scudo dei civili», ha notato Khalilzad) e la lettera di Emergency ha provocato un corto circuito nella sinistra massimalista italiana. Che da ieri ha ripreso a chiedere a gran voce un immediato rientro delle nostre truppe.

«Sarà bene che il governo italiano definisca ora l’uscita dalla guerra, altrimenti alla prossima votazione sulla proroga della missione non avrà la maggioranza, neanche con la fiducia!», hanno avvertito Franco Turigliatto e Salvatore Cannavò, ex-Prc che l’ultima volta fecero venire il batticuore a Prodi per il voto in Senato. Ma non sono i soli. «Via i nostri soldati se continuano i raid aerei», avverte Galante (Pdci). Silvana Pisa (Sd) gli fa eco - «Costruire da subito una via d’uscita» -, come anche il responsabile esteri del Pdci Venier, mentre in Rifondazione si tende a sottolineare come o a Roma si riuscirà a stoppare i raid aerei o la conferenza voluta da D’Alema si rivelerà solo «un rito autocelebrativo».

Ieri sera Karzai, giunto a Roma, ha visto Napolitano e Prodi, ma è oggi che l’appuntamento entra nel vivo con una serie di contatti tra i 26 invitati (Paesi e organizzazioni), Prodi e D’Alema, il segretario dell’Onu Ban Ki-Moon, il quale chiede «di risparmiare i civili» e il segretario Nato De Hoop Scheffer.