Roma, ritorno al passato: il Pd candida Rutelli

da Roma

Dunque si parte. Anzi si ri-parte, con un «ritorno al futuro», o meglio al «passato», che in nessun paese al mondo tranne l’Italia sarebbe ipotizzabile. Se Rudolph Giuliani, dopo aver perso la battaglia per le primarie in America, si ri-candidasse a sindaco di New York - tanto per dire - lo rinchiuderebbero subito in qualche manicomio. Qui da noi, invece Francesco Rutelli annuncia che vuol tornare quello che era nel 1993 (quando esistevano ancora il Pentapartito e la Dc!) e «i suoi» invece di spernacchiarlo lo applaudono. Goffredo Bettini - ieri suo braccio destro, oggi proconsole veltroniano - si spinge addirittura a dire che la sua è una «scelta audace». Fantastico. Perché a quanto pare il centrosinistra considera Roma non la più importante città italiana da governare, ma un parcheggio per premier (aspiranti o trombati, come nel suo caso).
Rutelli, per giunta, inizia la sua campagna all’insegna di un clamoroso ossimoro. Di prima mattina esordisce dicendo che «i sette anni di giunta Veltroni sono stati brillanti». Poche ore dopo, presentando la sua candidatura, aggiunge una frase che lascia pensare il contrario: «Bisogna puntare ad una radicale riorganizzazione dei servizi della città dal punto di vista del decoro, della pulizia, della sicurezza dei quartieri». Il che significa che secondo Rutelli oggi «decoro», «pulizia» e «sicurezza» oggi non ci sono, e questo finisce per alimentare un singolare cortocircuito tutto ulivista: Walter Veltroni si candida a sostituire Romano Prodi dicendo che il suo è stato un ottimo governo ma che lui vuole fare tutto il contrario, e Rutelli si candida a sostenere Veltroni sostenendo che il suo è un ottimo governo, ma che anche lui vuole fare il contrario. Interessante, no?
L’altra cosa meravigliosa è che a questo Rutelli aggiunge a tutto ciò una singolare autocertificazione di pavidità. Mentre Walter Veltroni aveva lanciato la sua candidatura dicendo che se perdeva avrebbe abbandonato la politica, celebrando immediatamente la sua scelta di vita «africana» in caso di sconfitta, Rutelli spiega che lui si candida alla guida del Campidoglio ma-anche (categoria ormai imprescindibile per interpretare la sinistra italiana) alle elezioni politiche. Perché rischiare è bello, certo, ma rischiare con il paracadute lo è di più: il coraggio - è proprio vero - non abita da queste parti. Se sarà eletto in Campidoglio farà il sindaco, se verrà trombato, non può fare a meno del Parlamento.
Per il resto, il Rutelli di oggi assomiglia terribilmente a quello immortalato dall’imitazione di Corrado Guzzanti: «Buon lavoro. Damose da fà», con quell’uso un po’ pataccaro del dialetto che forse secondo lui gli procurar molte simpatie, e che in realtà suona terribilmente posticcio. D’Altra parte tutta la carriera di Franciasco è costruita sul fregolismo, sulla spregiudicatezza, sui continui cambi di fronte. Proprio lui, che fece scandalo in parlamento per aver calato sulla facciata di Montecitorio una bandiera papalina (voleva dire - allora - che la chiesa occupava il Palazzo), è diventato il leader che va a stringere la mano a Camillo Ruini nel giorno dell’Angelus in difesa di papa Ratzinger dopo la contestazione all’università: «Sono solidale con il Pontefice». Proprio lui, che da ministro si ricorda per poche cose. Ad esempio la chiusura il portale Italia costato 7 milioni di euro, non prima di aver immortalato un messaggio promozionale (in inglese!) sul web, che è diventato un tormentone di you tube («Pliz, pliz, vizit Italy!»). Memorabile lo sfottò delle Iene che lo inseguivano per chiedergli come mai avesse sperperato tanto disinvoltamente una simile cifra.
Ma Rutelli è sempre stato così. Da sindaco - l’altra volta - il suo slogan per gli assessori era: «Non tormentatemi con le questioni di merito». A lui piaceva molto tagliare nastri e partecipare alla cerimonia dei maturandi. E poco importava se in una incredibile quantità di queste occasioni (ad esempio a Torpignattara) i nastri tagliati non erano sulle opere realizzate, ma solo sui plastici dei progetti(!). La prima sindacatura di Rutelli dedicò grande attenzione ai sampietrini del centro, ma pochissimo o nulla alle periferie.
Ma Rutelli è anche e soprattutto questo: è stato anticlericale quando le professioni di laicità gli servivano per fare carriera nei Radicali, è diventato ambientalista quando la coloritura ecologica gli serviva per scalare i Verdi, è diventato nuclearista quando l’aura di modernizzatore gli serviva per conquistare visibilità nella Margherita. Così - quasi inevitabilmente - oggi diventa «neocatecumeno» perché crede che questo lo aiuti a raggranellare volti nella città del Papa. Una cosa è certa: giunto all’Acme della sua carriera, le cose più importanti che Rutelli conta nel suo curriculum sono la sconfitta contro Berlusconi nel 2001, la costruzione di un partito che lo ha spedito in esilio da dove era partito e l’elezione in parlamento di quella pattuglia di centristi - da Dini alla Binetti - che hanno votato tutti contro Prodi. Morale della favola: Palombelli for president.