Roma, scontro fra treni nel metrò Un morto e oltre duecento feriti

Poco dopo le 9 un convoglio si schianta su quello fermo nella stazione di Piazza Vittorio Emanuele

Massimiliano Scafi

da Roma

Sopra c’è il sole, c’è un gruppo di bambini nei giardinetti di piazza Vittorio e c’è già una tenda verde del 118 che raccoglie i primi feriti: folla, ambulanze e vigili urbani sono in mezzo alla carreggiata, mentre lungo i portici umbertini qualche bengalese ha riaperto il suo banchetto abusivo di calze e mutande. Sotto, cinquanta metri dentro le viscere di Roma, ci sono degli uomini in tuta che si muovono nella nebbia, aprono lamiere, distribuiscono acqua minerale e scortano i passeggeri verso le scale mobili. Su una panchina, coperta da un lenzuolo, Alessandra Lisi, trent’anni, ricercatrice universitaria. Sul marciapiedi, gente che piange, che urla, che siede per terra. Maschere insanguinate, facce terrorizzate, occhi rivolti verso i binari, dove c’è un treno dentro l’altro, dove c’è la foto umida e fumosa di una strage sfiorata.
Sono le dieci. Solo mezz’ora fa il convoglio Ra 331 ha tamponato il convoglio Ra 337 fermo alla stazione di piazza Vittorio Emanuele, penetrandolo per due metri e infilando una lama di terrore metallico nella pancia di una città intera. Soccorsi-record, ci hanno messo solo otto minuti. Si fa in fretta pure a farsi un’idea di quello che è successo. Niente bomba, nessun sabotaggio: è stato un incidente. Una storia gravissima ma in fondo banale, fatta di un po’ di traffico sulla linea A, di un rosso saltato, di un ordine di «andare a vista», di una serie di problemi di comunicazione e di autorizzazioni tra il macchinista Angelo Tomei e la centrale di controllo. Risultato: un urto tremendo, panico, sangue, la paura di un attentato. Una ragazza morta, una filippina gravissima per un trauma toracico, oltre 200 feriti più o meno gravi che comunque se la caveranno, 216 medicati dalla Croce Rossa. «E poteva andare molto peggio - spiega Luigi Abate, comandante regionale dei vigili del fuoco - ma per fortuna i due mezzi coinvolti erano nuovissimi. Così, l’impatto è stato contenuto, le strutture hanno retto». Il treno investitore andava a venti chilometri l’ora.
Eppure, trenta minuti dopo lo scontro, mentre le squadre di soccorso stanno ancora sudando sui binari, fa una certa impressione guardare quel groviglio di ferri, quella polvere di vetro, quei sedili di plastica accartocciati, quel vagone di testa che è entrato nel convoglio in sosta, quei pompieri che con la sega elettrica aprono le pareti del treno, spezzano i mancorrenti, liberano i passeggeri intrappolati.
Dentro non si respira e si lotta contro il tempo e il ferro. Fuori intanto i feriti vengono portati sotto la tenda e poi smistati nei vari ospedali a seconda della gravità. Qualcuno viene fatto stendere sulle barelle, a qualcun altro viene data una boccata di ossigeno con le bombole della Protezione civile. I negozianti della zona danno una mano. L’Hotel Napoleon fornisce il ghiaccio, la farmacia medicinali, alcol e bende, i grandi magazzini Oviesse sedie e acqua minerale. Le ambulanze frenano rumorosamente, caricano i feriti e ripartono. Polizia e carabinieri raccolgono le prime testimionianze.
«Il metrò che veniva da Furio Camillo - racconta Giacomo - ha frenato, poi ha riaccelerato e ci è venuto addosso. Io ho fatto appena in tempo a saltare giù». Simone Saltarelli è sconvolto: «Io ero lì sopra e ho visto che il treno si è mosso con il semaforo rosso. Ne sono sicuro». Fabiano De Santis, avvocato, stava andando in tribunale: «Anch’io ho notato quelle luci rosse. Mi sono accorto pure che, nonostante ci fosse un convoglio fermo alla stazione, noi non stavamo affatto frenando. Allora sono corso indietro verso il retro del vagone mentre la parete opposta si ripiegava su se stessa. Mi sono salvato così, per caso». Carlo Verna, giornalista della Rai, era sul convoglio dietro. «Un botto terribile, sembrava davvero una bomba. Ma il momento più brutto forse è stato dopo, quando siamo scesi. C’era panico, gente che correva, una donna incinta che piangeva disperata, fumo, scintille, puzza di bruciato». E Cinzia Lancia sostiene che il metro funzionava male: «Nei giorni scorsi tante anomalie».
Arrivano Veltroni, Marrazzo, il prefetto Serra, il ministro dei Trasporti Bianchi, il magistrato Elisabetta Ceniccola, più tardi anche Giuliano Amato, che si dice «molto preoccupato». Ma alle 11 tutti i feriti sono già negli ospedali e dentro la stazione restano solo i vigili del fuoco. Ecco le scatole nere, l’inchiesta può partire. Marcello Fulvi, questore di Roma, scuote la testa: «Non è stato un sabotaggio né un semplice errore. Quello che è accaduto è un qualcosa di palesemente anomalo».