Roma si candida capitale della dance

Una lunga notte, «trasgressiva» e apparentemente infinita, dai rimandi ricercati e colti ma anche volutamente popolare. Non poteva che essere questo lo sfondo scelto da Roma per celebrare il quarto centenario della morte di Michelangelo Merisi da Caravaggio, pittore della luce che, per contrasto, portò nell’arte e nella pittura una nuova coscienza del buio, più consapevole e intima, spirituale e al contempo violenta, sensualmente carnale e disperata. Nel giorno della sua morte, avvenuta il 18 luglio 1610, la città «veglia» l’artista, celebrando le sue intransigenze di tela e concetto nei tanti luoghi che ne conservano testimonianza, memoria e, soprattutto, firma. Dalle 19 di sabato alle 9 di domenica, nell'ambito della manifestazione La notte di Caravaggio, con tanto di visite guidate e servizio di navetta, Roma diventa un museo a cielo aperto, teatro di un’imperdibile personale grazie alle aperture straordinarie e gratuite della Galleria Borghese e delle tre chiese di San Luigi dei Francesi, Sant’Agostino e, fino all’una, Santa Maria del Popolo. Le sorprese non finiscono qui. A essere straordinario è anche il numero delle opere in Galleria, dove saranno portati alcuni capolavori abitualmente conservati nelle sale di Palazzo Barberini, Galleria Corsini e Pinacoteca Capitolina.
Il percorso «metropolitano» prende le mosse da San Luigi dei Francesi. In questa zona si trovava la bottega del rivenditore Costantino, dove per la prima volta, nel 1594, furono esposti alcuni suoi lavori. E in questa chiesa, nella cappella Contarelli, sono le opere del primo incarico pubblico, che segnò il suo grande debutto romano: Martirio di San Matteo, La Vocazione di San Matteo e San Matteo e l’Angelo. È lì nella «vocazione» del Santo che Caravaggio denuncia la propria. Quella che mette in atto, per giunta negli spazi ufficiali di una chiesa, è una vera rivoluzione. I santi si liberano dei vincoli dell’iconografia tradizionale per diventare uomini e, di conseguenza, i fedeli acquistano modelli reali, imitabili o quasi, comunque concepibili. La speranza si veste di polvere, facendosi concreta. Terra e cielo si incontrano nella Grazia, che è illuminazione e chiama l’uomo, ogni uomo, a realizzare se stesso e far fruttare i suoi talenti.
È in questo contesto di tacita ma lampante denuncia che, sei mesi dopo, inizia a lavorare alle tele Conversione di San Paolo e Crocifissione di San Pietro, conservate in Santa Maria del Popolo, nella Cappella Cerasi. Numerosi i capolavori in mostra alla Galleria Borghese. Il desiderio di autocelebrarsi e, al medesimo tempo, esporre le proprie «piccolezze» davanti a tutti, trionfa nel Bacchino malato, dipinto negli stessi anni in cui Caravaggio, effettivamente malato, era ricoverato all’ospedale della Consolazione, e nel Ragazzo con il canestro di frutta. I suoi amori - e le sue prostitute - nella Madonna dei Palafrenieri hanno il volto di Lena e il suo generoso décolleté, che l’artista non manca di mettere in evidenza, compiacendosi della malizia, tutta terrena e ancora una volta concreta, di quella fintamente distratta nudità. Qui, anche la meditata sacralità del San Girolamo scrivente, l’irruente eroismo di Davide con la testa di Golia e, da Palazzo Barberini, la drammatica sensualità di Giuditta che taglia la testa a Oloferne e Narciso, da Galleria Corsini e Pinacoteca Capitolina gli sfrontati ed efebici San Giovanni Battista. Ultima tappa del viaggio è la chiesa di Sant’Agostino, monumento all’amore del Caravaggio per la donna e la libertà di espressione. Ancora una volta, la protagonista è Lena, qui Madonna dei Pellegrini. L’opera, così violentemente umana e «comune», offese la Chiesa, ma oggi è ancora lì a suscitare ammirazione e preghiere dei fedeli.
La battaglia è vinta. L’arte ha restituito al corpo la sacralità che il misticismo gli aveva tolto. E lo ha fatto in un colpo di pennello del più famoso e celebrato dei suoi pittori «maledetti».