Roma snodo del narcotraffico, 14 arresti

Alessia Marani

Il più grande sequestro di cocaina mai effettuato a Roma, il primo mandato di cattura europeo emesso dalla Dda capitolina e andato a segno su uno dei narcotrafficanti più pericolosi al mondo, il 40enne Molina Vega, ora ospite delle patrie galere di San Josè di Costa Rica in attesa dell’estradizione già richiesta dalle autorità italiane: sei ufficiali del nucleo operativo dei carabinieri di via In Selci per due anni si fingono di volta in volta imprenditori, abili professionisti e faccendieri legati agli ambienti della mala all’ombra del Cuppolone, aprono una ditta di import-export sulla rotta Italia - Spagna - Sudamerica, entrano in contatto con i narcos di Cartagena de Indias (Colombia), ne diventano i «fidati» intermediari per il passaggio «indenne» alle dogane nostrane di quintali di «neve» purissima, fino a fare cadere nella trappola spedizionieri e acquirenti. È quanto accaduto in «Punto 50», operazione coordinata dai magistrati antimafia Italo Ormanni e Diana De Martino e che ha portato all’arresto in due diverse tranche di quattordici persone, tra cui sette italiani (tre i romani) e altrettanti stranieri. Nonchè al recupero di 164 chili di coca prima (ottobre 2004) e di altri 340 nei giorni scorsi.
Il contatto tra gli infiltrati della Benemerita e i colombiani è datato maggio 2003. «Sospettiamo di un grosso traffico di droga, dalla direttrice sudamericana - spiega il capitano Gianluca Valeri -. Ma quel che ci interessa di più è scoprire soprattutto i canali di approvvigionamento, i fornitori all’origine che riescono a fare entrare nello Stivale montagne di coca e a fare rientrare montagne di quattrini «ripuliti». Ci rendiamo conto che i referenti in terra americana risultano a capo di ditte che commerciano prodotti alimentari (dal caffè al tonno, ma anche carbone e laminati) con sedi di rappresentanza pure in Venezuela e Usa. Di qui l’idea di metterci «su piazza». Di diventare con un’attività di copertura «esche» appetibili per i boss d’Oltreoceano». Attorno ai tavoli imbanditi di alcuni tra i migliori ristoranti e in una serie di incontri negli alberghi del centro storico si stringe il sodalizio tra i cartelli colombiani e i «romani». L’affare è fatto. Anche se dall’import-export italiano i colombiani vorrebbero delle prove: il tentativo di fare passare 5 o 10 chili di «roba» prima di affidare loro carichi da milioni di euro. «Per così poco noi - controbattono i carabinieri undercover - neppure ci spostiamo». Molina però è un osso duro e i rischi sono altissimi. A Cartagena, dove i narcos si contendono i «cocaleros» (le piantagioni di coca) a raffiche di piombo, i carabinieri lo ascoltano al telefono mentre dice: «Gli errori si pagano con la morte». Il primo affare è fissato comunque per l’ottobre dello scorso anno. A bordo di una motonave arrivano container imbottiti di coca. In partenza figurano come quintali di scatolette di tonno. «Prendiamo in consegna la droga - dicono gli investigatori - e la consegniamo a chi di dovere. Rispetto ai fornitori, la nostra parte è fatta. In realtà pediniamo per chilometri i «nostri» uomini, due italiani e cinque colombiani fino a un centro di stoccaggio in una villetta di Giardinetti. Scatta il blitz delle pattuglie in divisa. L’errore viene addebitato ai «cavalli»».
L’altra settimana una nuova spedizione: 340 chili. Questa volta la Dda non perde tempo e il gip emette subito il mandato internazionale tra i paesi di area Schengen. Tre colombiani sono arrestati in Spagna con l’aiuto della polizia iberica, due italiani sono già in carcere, Molina viene sospreso in Costa Rica. Secondo la ricostruzione dei colonnelli Alestra e Arcangioli, l’organizzazione era in grado di immettere sulle rotte del narcotraffico 2000 chili di coca l’anno (20 milioni di euro all’ingrosso). Da chiarire i collegamenti con il clan camorrista dei Casalesi e l’ndrangheta calabrese, i cui affiliati si sarebbero appoggiati ai colombiani per la fornitura della droga.

Annunci

Altri articoli