ROMAEUROPA Ritorno alle origini

Ventotto progetti in quattro «location»: Apre la coreografa Sasha Waltz chiude il compositore Giovanni Sollima

In oltre due decenni di vita, ha cambiato luoghi, scenari, linguaggi, protagonisti. Senza mai tradire, però, quegli assi portanti che ora, in questa ventitreesima edizione al via il 27 settembre, il Romaeuropa Festival ribadisce con matura consapevolezza. È lo stesso neodirettore artistico Fabrizio Grifasi - nominato quest’anno alla guida della relativa Fondazione ma già da tempo prezioso collaboratore di Monique Veaute - a presentare il nuovo cartellone parlando di «ritorno alle origini». «Ci siamo interrogati - spiega - sul senso di una manifestazione che si avvia a compiere il suo primo quarto di secolo in una società dove la produzione culturale non può essere sganciata dai meccanismi economici. E la risposta l’abbiamo trovata nel nostro Dna, nei valori che ci hanno ispirato all’inizio di questa avventura». Ovverossia: la valorizzazione degli artisti, la ricerca di nuovi codici espressivi, l’attenzione per ciò che accade fuori dall’Italia e, contemporaneamente, per ciò che succede a Roma, in quella realtà cittadina dove la vetrina ha sempre funzionato da collante tra istituzioni diverse e da collettore di un pubblico vario e numeroso.
Anche questa edizione 2008 - che si potrà seguire anche sul web grazie alla partnership triennale con Telecom Italia - coniuga qualità e quantità (28 progetti per 54 serate di spettacolo), rinnovando però gli spazi, con eventi dislocati all’Auditorium Conciliazione, al Palladium, alle Officine Marconi, all’Auditorium Parco della Musica. Apertura e chiusura (il 10 dicembre) affidate rispettivamente alla grande coreografa tedesca Sasha Waltz, che presenta a Roma una delle sue più apprezzate creazioni, Impromptus, e a Giovanni Sollima, autore del concerto Where we were trees. E se la musica (anche nelle sue declinazioni più tecnologiche) si guadagna una bella fetta del programma, il corpo balza prepotentemente in primo piano in altri importanti titoli: dagli Stati Uniti torna a Romaeuropa Bill T. Jones con un lavoro di forte attinenza sociale (si intitola Chapel/Charter e lo vedremo a dicembre), mentre dal Belgio ecco Nine finger, performance all’insegna dell’infanzia e dei suoi diritti negati che porta la firma del celebre Alain Platel (dal 20 novembre). Al confine tra danza e teatro si posizionano invece operazioni curiose quale quella che vede insieme, sul palcoscenico dell’Olimpico, Juliette Binoche e il danzatore anglo-bengalese Akram Khan nell’imprevedibile In-I (dal 5 novembre). Teatro della tradizione indiana, poi, nel raffinato racconto epico-mitologico che la compagnia del Natal Kairali presenta al Palladium a metà novembre. All’estetica (post)moderna della (con)fusione tra generi guarda pure, infine, il settore capitolino del festival, che investe sulla creatività dell’Accademia degli Artefatti (impegnata nel lavoro di scrittura collettiva One day) e di altri due gruppi più giovani, i Santasangre e Muta Imago, già messisi in luce per la capacità di rischiare e di misurarsi con formule innovative. Informazioni sul programma sul sito www.romaeuropa.net.