La Romagna solatìa di Marco Palmezzano

Una bella mostra a Forlì, frutto di lunghi e accurati studi, restituisce la figura dell’artista

Si firmava «Marchus Palmizanus Foroliviense», cioè «Marco Palmezzano Forlivese», senza mai dimenticare la sua terra, Forlì, che oggi gli dedica una delle più belle mostre che si siano viste negli ultimi dieci anni. Bella, per la qualità delle opere, l’accuratezza degli studi, ed il nutrito catalogo, ben stampato (Silvana Editoriale). Marco Palmezzano, pittore dalla lunga attività, nato a Forlì nel 1459 e morto nel 1539, non ha un nome altisonante, ma ha caratterizzato un intero territorio e la sua storia. Le sue tavole dipinte, dalla «purezza di alabastro», come è stato scritto, hanno un fascino naïf e una freschezza particolari. Dettagliate come un quadro fiammingo, nitide, a volte un po’ rudi, tramandano volti e paesaggi di una Romagna non scomparsa. Una sensazione, questa, talmente forte che un libro fotografico uscito un anno fa, in previsione della mostra, intitolato Le terre del Palmezzano (Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì - Silvana Editoriale), accosta con intelligenza volti e tipi dipinti da Palmezzano a quelli di oggi. Il risultato? Identiche fisionomie, facce slargate o magre ed ossute, caratteristiche. Non solo, l’accostamento è fatto anche con i paesaggi che spuntano dietro santi e Madonne nelle pale d’altare, e quelli di oggi: stesse colline popolate di rocche, torri di guardia, pascoli, boschi coltivati, e gli Appennini grigi e azzurri. Che significa? Che Palmezzano guardava con emozione la sua terra di Romagna, i suoi luoghi e la sua gente, e li immortalava con poesia e verità.
Una terra fertile, nel cuore della penisola, che si estendeva da Faenza e Ravenna, a nord, agli Appennini a sud, battuta da soldati, mercanti, artisti, letterati dall'estrazione e culture diverse. Padani, toscani, fiamminghi, spagnoli, francesi, tedeschi. Certamente capace di stimolare ed arricchire artisti sensibili come Palmezzano, che, ad eccezione di un probabile soggiorno a Roma, al seguito di Melozzo da Forlì, ed uno certo a Venezia, nel 1495, rimase quasi sempre nella sua regione.
Di famiglia prestigiosa, Palmezzano balza alla ribalta delle cronache grazie a Luca Pacioli, il famoso matematico francescano che, nel suo libro Summa de Arithmetica, uscito a Venezia nel 1494, lo cita nel filone dei grandi maestri contemporanei, quelli che hanno come base la prospettiva e come maestro ideale Piero della Francesca. Con lui sono elencati Gentile e Giovanni Bellini, Botticelli, Ghirlandaio, Perugino, Signorelli, Mantegna e Melozzo da Forlì, suo maestro. La morte di Melozzo è, in un certo senso, un altro colpo di fortuna per Palmezzano, che ne eredita fama e attività.
Ma presto si fa una sua strada, studiando a Roma e soprattutto a Venezia, dove assimila il colore e la luce dei veneti, e li intreccia a ritmi toscani e umbri. Motivi che trovano un perfetto equilibrio nelle sue pale d’altare, emblematiche di quell’idea di Rinascimento, che aveva le sue radici a Firenze e in Piero della Francesca. La rassegna, che nasce dopo dieci anni di studi, ricerche e restauri, presenta nel complesso di San Domenico, rimesso a nuovo, trenta capolavori di Palmezzano e altrettanti di artisti, che gli hanno fornito modelli o hanno lavorato contemporaneamente nelle Romagne. Opere, prestate da musei italiani ed europei, che rappresentano una vera e propria riscoperta non solo di Palmezzano, ma di tutta la pittura di quella terra tra Quattrocento e Cinquecento. Emergono artisti, poco noti, ma di grande qualità, come il Maestro dei Baldraccani, autore di Madonne scolpite nella luce o Baldassarre Carrari, che dipinge figure di un realismo grottesco e fiabesco.
All’inizio, una significativa sfilata presenta i maestri, Melozzo da Forlì con i suoi angeli che suonano, affrescati e staccati, Perugino, Antoniazzo Romano, cui si aggiunge un Ritratto di fra’ Luca Pacioli del 1495 di Jacopo de’ Barbari. Un humus fertile da cui nascono le pale d’altare di Palmezzano, con Madonne incantate, santi trasognati e paesaggi, da quella della chiesa di Dozza del 1492 alla tavola di Brera, più complessa, firmata e datata 1493, alla Sacra Famiglia di Baltimora del 1493-1494. Dipinti affascinanti, ma ancora un po’ rigidi. Il salto di qualità avviene dopo il soggiorno veneziano del pittore e l’assimilazione di modelli veneti, da Giovanni Bellini, di cui è esposto lo straordinario Cristo morto tra quattro angeli di Rimini, o Cima da Conegliano o ancora Bartolomeo Montagna. Ecco allora il primo vero capolavoro, l’Annunciazione della Pinacoteca di Forlì, del 1496-1497, dove aria e luce entrano nell’ardita prospettiva di colonne, le linee si fanno morbide, il colore fuso, i paesaggi sfumati. A questo ne seguirà una lunga serie, dove, oggi sotto manti, veli e corazze, si ritrovano i volti degli attuali romagnoli.
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LA MOSTRA
Marco Palmezzano. Il Rinascimento nelle Romagne. Forlì, Complesso Monumentale di San Domenico, fino al 30 aprile 2006. Catalogo a cura di Antonio Paolucci, Luciana Prati, Stefano Tumidei.