«Romani, collaborate con noi»

(...) Crotone, Vicenza e Padova, prima di diventare nel 2005 il questore di Palermo. Poltrona che ha occupato, tra arresti di latitanti illustri («il boss dei boss» Bernardo Provenzano in primis) e lotta alla mafia, fino all’approdo nella capitale. Le sue prime parole ufficiali non nascondono l’emozione del grande debutto: «Sono onorato di dirigere la questura più importante d’Italia, si tratta per me di una sfida sicuramente esaltante».
Caruso, ha già pensato a quali potrebbero essere le sue priorità?
«Voglio innanzitutto conoscere a fondo le problematiche che affliggono Roma per dare alla cittadinanza la risposta che si aspetta. Fare ora una classifica non sarebbe serio: certo, una turista che viene violentata è senza ombra di dubbio una priorità».
L’aggressione alla coppia di olandesi è dunque un possibile filo rosso da seguire. Lei da osservatore esterno che idea si è fatto della vicenda?
«Partirei dal dato confortante che nel giro di poco tempo si è arrivati all’identificazione e all’arresto dei colpevoli. Detto ciò, credo che ciascuno abbia il diritto di sostare dove vuole, fermo restando che ci vogliano degli accorgimenti per evitare guai. E poi non dimentichiamoci che Roma fa storia a sé, di sfide da affrontare ce ne sono parecchie».
Qualche riferimento in particolare?
«Bisogna fare i conti con l’ampiezza del territorio, con una provincia che è la più estesa d’Europa, con il continuo flusso di stranieri, con manifestazioni locali e nazionali quotidiane. Premesso ciò non penso possa ritenersi fisiologico che si registrino scippi e aggressioni. Quando a Palermo facevamo il mattinale, erano reati che mi mandavano in bestia. Non a caso è aumentata di parecchio la sensibilità da parte delle forze dell’ordine di fronte alla microcriminalità».
Qual è secondo lei la ricetta migliore per combatterla?
«Conoscere il territorio mattonella per mattonella, arrivando a perseguire anche il piccolo spacciatore che agisce nell’androne di un palazzo. È stata emanata una direttiva ad hoc perché le squadre mobili si muovano in questa direzione».
E dell’emergenza rom che ne pensa?
«Ribadisco quanto detto prima: la prima cosa da fare per risolvere un problema è conoscerlo. So che la prefettura è a buon punto sul censimento dei campi nomadi e che si sta procedendo in maniera molto professionale».
Ritiene che l’utilizzo dell’esercito sul territorio cittadino possa essere un rimedio efficace?
«Credo che laddove c’è un’uniforme di per sé ci sia già deterrenza. È una cosa positiva, rappresenta una risposta al bisogno di sicurezza delle persone perbene. Se poi dalla collaborazione con i nostri amici militari deriva un ulteriore valore aggiunto e cioè il recupero di nostri uomini che possono essere dirottati verso altri incarichi, ancora meglio».
Pensa comunque che questa sia una misura sufficiente?
«L’attività di prevenzione non è mai sufficiente».
In conclusione, qual è il primo messaggio che si sente di lanciare ai romani?
«Di segnalarci qualsiasi cosa che secondo loro non va, chiamando senza nessuna esitazione il 112 oppure il 113. Meglio accorrere inutilmente dieci volte e rendersi utili l’undicesima, che non intervenire per niente o quando ormai è troppo tardi».