ROMANINO L’umanità di un grande «barbaro»

Il realismo di donne, uomini e putti precorre il ’600 olandese e l’800 francese

Pasolini lo preferiva a Tiziano. E non aveva torto. Perché, a riguardarlo, Romanino è più affascinante di Tiziano. Il suo mondo dipinto, libero e spregiudicato, porta alla ribalta un Cinquecento eccentrico, realistico ed estremamente poetico. Tutto l’universo del tempo, con i suoi colori e profumi, le sue smorfie, i suoi cibi, i suoi abiti, le sue forme. Donne floride e bionde, grandi e ricchi ventri, tondi e candidi seni, grassi putti che si abbracciano, uomini dalle espressioni intense, muscoli, broccati e lunghi capelli ribelli. È proprio l’umanità di allora, vitale, irruente, dinamica, che Romanino ci tramanda in forme e tinte di una bellezza ammaliatrice.
Si rimane davvero incantati. Altro che Giorgione e Tiziano. Altro che sofismi e misteri. Romanino parla, racconta, impone ritmi e figure con un linguaggio personale e di grande impatto. Con la violenza di un «barbaro», ma «del solo vero grande sdegnoso e sdegnato barbaro dell’intero Cinquecento italiano», come scriveva nel 1975 Giovanni Testori in La realtà della pittura.
Ed è giusto che, dopo quarant’anni dall’ultima mostra dedicatagli, se ne apra un’altra tra pochi giorni a Trento. Proprio nel Castello del Buonconsiglio, dove il Romanino aveva realizzato tra il 1531 e il 1532 un eccezionale ciclo ad affresco, insieme a prestigiosi artisti ferraresi, veneti e tedeschi. Oltre sessanta dipinti, trenta disegni, di Romanino e dei pittori che con lui ebbero scambi e rapporti, giunti da musei italiani e stranieri, illustreranno la vicenda di questo grande pittore bresciano, vissuto dal 1485 al 1560 circa.
Girolamo Romani detto Romanino, è uno dei tre grandi maestri bresciani, con Moretto e Savoldo, che hanno interpretato in chiave realistica, e quindi sostanzialmente lombarda, le novità della pittura veneta. Brescia è un centro culturalmente ricco, con una grande tradizione di pittura naturalistica. Romanino, formato tra la città natale e Venezia, subisce il fascino di artisti lombardi, ferraresi, cremonesi, e soprattutto di Giorgione e Tiziano. La grande Pala di Santa Giustina di Padova, del 1513-1514, è un esempio di come egli sapesse interpretare con estro la lezione dei colleghi.
Qualche anno dopo, sotto l’influenza della pittura e della grafica tedesca, il pittore dà una svolta in senso decisamente anticlassico al suo stile. Esprime la nuova maniera nel magnifico ciclo pittorico del 1519-1520, con scene della Passione, nel duomo di Cremona. Attivo per Brescia e per piccoli centri delle valli retrostanti come Breno, Bienno o Pisogne, realizza tavole e affreschi impegnativi, intessuti di un forte realismo nei volti, nei gesti, nei costumi. Lavora con Moretto a Brescia nella chiesa di San Giovanni Evangelista ad un ciclo di tele che per luminismo e naturalismo precorre Caravaggio.
Negli anni Trenta si propone al principe vescovo Bernardo Cles per decorare ad affresco il sontuoso Castello del Buonconsiglio, un maniero medioevale allora in fase di ristrutturazione. Il vescovo mecenate, ricco e potente consigliere di Carlo V, vuole rinnovarlo completamente. Romanino vi lavora con Dosso Dossi, Battista Dossi, Marcello Fogolino e il tedesco Bartolomäus Dill Riemenschneider. E crea uno straordinario racconto, degno di «quello excellente pittore bressano che si ha offerto venire», come Cles aveva scritto. Il complesso, uno dei maggiori capolavori di tutto il Cinquecento, ora restaurato, è al centro della rassegna. Suggestive e imponenti le figure allegoriche, le Bagnanti, le Grazie, le Ninfe, i Satiri, i nudi maschili e femminili, i concerti musicali, frutto di una iperrealtà che precorre Rembrandt e Rubens. La Lussuria, ad esempio, è una formosa donna bionda incontrata in qualche mercato, mentre le Bagnanti precorrono tutta la serie di erotiche donne al bagno, dal Seicento olandese all’Ottocento francese.
Il periodo giovanile, tra Brescia e Venezia, è rappresentato da opere come la bella e delicata Madonna col Bambino del Louvre del 1507-1508, messe a confronto con altre dei due artisti veneti. I ritratti giovanili, di intensa espressività, sono accostati a quelli di altri pittori eccentrici come Altobello Melone. Le numerose pale sacre degli anni Venti, come Sant’Antonio da Padova, angeli e donatore del 1529 della chiesa di Santa Maria Annunziata di Salò, trovano riferimenti in altre di Moretto, Savoldo, artisti nordici. Importante sarà poi la sezione dedicata agli anni 1540-1550, con la presenza delle grandi ante d’organo provenienti dal duomo di Brescia e dalla chiesa di San Giorgio in Braida, o della tela bresciana con la Raccolta della manna. Ci sarà anche l’Ultima cena del 1542-1543, di Santa Maria Nuova di Montichiari, che con la sua tavola ricca di pane, bicchieri e suppellettili, può gareggiare con quella di Leonardo.
La mostra si completerà con la produzione grafica di Romanino, bella e poco nota, che si confronterà con disegni di Lotto e Pordenone. Non mancherà una sezione su Bernardo Cles, mecenate, politico e committente.
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LA MOSTRA
Girolamo Romanino.

Un pittore in rivolta

nel Rinascimento italiano
Trento, Castello del Buonconsiglio.

Dal 29 luglio al 29 ottobre.