Un Romano che vuol fare l’americano

Mille e mille i giornalisti e gli esponenti della sinistra che si sono lamentati per il fatto che Silvio Berlusconi, una volta perse le elezioni, non abbia fatto a Romano Prodi nessuna telefonata per riconoscere la sconfitta e porgere gli auguri. Di più, che abbia deciso di ricorrere in ogni possibile sede per verificare le migliaia di schede elettorali in contestazione. Tutti (a sinistra), invariabilmente, hanno ricordato come il riconoscimento della sconfitta sia regola non scritta ma sempre osservata nelle democrazie e in particolare negli Stati Uniti d’America. Ora, proprio dagli Stati Uniti - costantemente citati come «faro» da forze politiche loro avverse che ad ogni pie’ sospinto li attaccano! - ci vengono numerosi esempi assolutamente opposti.
Ecco i due più significativi. Primo: nel 2000, Al Gore, lungi dall’accettare la sconfitta in Florida, fece tutti i possibili ricorsi tanto che la questione fu alla fine decisa addirittura dalla Corte Suprema. Secondo: allorché, nel 1828, Andrew Jackson sconfisse il presidente in carica John Quincy Adams, arrivato a Washington si rifiutò di rendere la consueta visita di dovere al predecessore, il quale, di contro, non volle recarsi al Campidoglio in carrozza insieme al successore. I due non si strinsero neppure la mano! Ma, come si sa, la storia o non la si conosce o la si usa solo quando fa comodo.
Certo che è davvero curiosa l’insistenza con la quale testa quedra e i suoi centurioni intimavano a Berlusconi di farsi macchietta alla Carosone, «tu vo’ fa l’americano…», che poi, come tu puntualmente precisi, caro Mauro, anche l’americano si compiace talvolta di fare l’italiano. Comunque sia, moglie, buoi ed etichetta dei paesi tuoi. Di universale, di globalizzato, c’è solo la conta e la riconta dei voti, e vorrei vedere. E anche, aggiungo rivolgendomi rispettosamente a Romano Prodi, il prezioso ammonimento formulato da sir Winston Churchill alla Camera dei Comuni nel novembre del ’42: «I problemi della vittoria sono più gradevoli di quelli della sconfitta. Ma non meno difficile a risolversi». Specie se il margine di vittoria si riduce al 6 per mille.
Paolo Granzotto