«Romano faccia un patto con la Liguria»

(...) difficile e dopo lo choc di come si è vinto, siamo in grado di tirare fuori le energie». E le energie, per come la vede il governatore, non possono fermarsi alla campagna elettorale. «È con un’operazione forte sui territori che il governo uscirà da questa fase difficile». Ed è quello che lui ha chiesto al premier Romano Prodi: di venire qui a sottoscrivere un impegno di peso, un «rapporto intenso, suo coi territori di questo Paese», un patto per lo sviluppo per contribuire a sostenere la crescita di regioni come la Liguria che, con il Piemonte «stanno spostando l’asse portante del Paese verso il Nord-Ovest».
Forte del fatto che a far venire Prodi in campagna elettorale ci stanno già pensando i partiti, e chissà che il premier non riesca nella titanica impresa di addolcire la pillola di una Finanziaria indigesta, dice Burlando che a lui non importa che la visita avvenga prima o dopo il voto, «tanto il taglio dovrà essere istituzionale». Perché, spiega, «la ripresa della Fiat, le scelte strategiche di Unicredit, la crescita della Liguria con gli enormi investimenti in aree come Cornigliano, Erzelli e Morego sono il segno inequivocabile che siamo di fronte a un cambiamento decisivo per lo sviluppo del Nord-Ovest». Solo che, ecco, la gente non se n’è accorta, e a lui pare di esser tornato al faticoso ’92, quando sul progetto delle Colombiane piovvero critiche e mugugni, perché i genovesi ne vedevano il disagio quotidiano e non il significato di lungo periodo. Adesso è un po’ come allora, lamenta Burlando, tutti a lamentarsi nessuno a comprendere che qui è in atto una «grande trasformazione» con «operazioni importanti: la bonifica di Cornigliano, con la realizzazione della strada a mare, l’avvio del polo tecnologico agli Erzelli, l’Iit a Morego dove si sono insediati 400 ricercatori che rappresentano punti di unione tra la ricerca e un nuovo tessuto economico e fattori competitivi per l'intero Paese», e insomma «ve li vedete voi qusti che da New York vogliono andare a vivere a Morego?». Un miracolo, diciamolo, e allora che il governo non molli, «questi processi non sono finiti e vanno sostenuti», e che Prodi si impegni in prima persona, «se l’Acquario nel ’92 fu un’operazione forzata, adesso invece è giusto che Genova diventi punto di riferimento tecnologico e fattore di competitività del Paese».
Certo che, volando un po’ più basso, è chiaro che serve un sindaco in grado di gestirli, tutti questi epocali processi di trasformazione, ed è altrettanto chiaro che, invece, le molestissime beghe locali in vista delle primarie non aiutano. Marta Vincenzi, per dire. Che se n’è uscita additanto Burlando quale referente di quei poteri forti che, in vista del voto, starebbero cercando di boicottarla dipingendola quale espressione dei partiti, per favorire così Stefano Zara. Ohibò. «Stento a credere che Marta Vincenzi possa avere detto che io rappresento o mi intendo con i poteri forti di questa città» ha replicato ieri Burlando, perché «è del tutto evidente che non è vero». Non ne voleva sapere e invece s’è dilungato: «Io vengo da un contesto sociale lontano da quello dei cosiddetti poteri forti, quello non è certo il mio mondo. Io non amo intrattenermi con i poteri forti, amo intrattenermi con altre persone, con la mia famiglia, gli amici, i conoscenti. Per esempio mi occupo molto del Ponente di Genova, dove non abitano i poteri forti, mi appassiono per alcune cose che devono essere fatte già quest’anno per rilanciare il Ponente, come Morego, che sta di fronte alla residenza di Vincenzi mi pare, e poi gli Erzelli, Cornigliano. Già a partire da lunedì con il ministro Antonio Di Pietro firmeremo un accordo importante in questa direzione». E poi, per dirla tutta, il dibattito sui poteri forti qui «è siderale» e «fa ridere», perché «se mai il vero problema di Genova è che, esclusa la Banca Carige che è lo scrigno della città, i poteri forti non esistono». Ricorda il ’75, lui un giovane entusiasta di portare la sinistra al governo della città, «i vecchi esponenti democristiani a dirmi che sarebbe durata poco, perché la sinistra non aveva rapporti col vero potere della città che è la banca: ebbene, da 32 anni siamo al governo della città senza aver mai messo piede nella Banca né nella Fondazione». Ultimamente qualcosa è cambiato, ma non è questo il punto. Il punto è che «i poteri forti sono tali in quanto determinano una parte rilevante dei processi di trasformazione della città. Invece se guardiamo bene alla storia recente vediamo che il cambiamento e la salvezza di Genova è stato voluto e gestito dal potere politico. Qui gli uniuci soldi che sono circolati per i grandi cambiamenti sono arrivati sempre con leggi dello Stato».
Ecco, se mai il «cruccio» del presidente è che «questa città non riesce ad andare avanti, si preferisce tenere piccolo il sistema piuttosto che farlo crescere, interdire piuttosto che sviluppare», e allora ecco che torna a bomba l’esigenza di un sindaco forte, in grado di costruire «un asse politico e programmatico», ed ecco rispuntare le beghe di cui sopra. Il sindaco uscente Giuseppe Pericu che di fatto fa appello agli elettori affinché alle primarie scelgano Stefano Zara e non Marta Vincenzi, e che invita i partiti a farsi da parte, tolgano pure i simboli dai manifesti, la scelta sia della gente, non dei partiti. Burlando ieri s’è spazientito: «Io sono figlio di un modo di agire e di una storia condizionata da una maggiore disciplina nel partito e non posso essere d'accordo con la richiesta di un passo indietro - è stata la stoccata a Pericu -. Riconosco la libertà dei singoli a dire la loro, ma riconosco anche la libertà dei partiti a esprimere un orientamento. Se i partiti non sono liberi di dire la loro sulla selezione della classe dirigente, allora chiudiamoli, potrebbe essere una soluzione».
Quanto alla parte dell’Ulivo che vira su Zara: «Marta non se la deve prendere con me. Io ho criticato il metodo usato nella scelta del candidato, ma poi ho sostenuto Marta, indicandola anche all’assemblea congressuale dei Ds». Certo che (tiè) «è stata proprio Marta a insistere su primarie molto aperte», le quali quindi (ri-tiè) «adesso vanno accettate serenamente». Del resto (triplo-tiè), «dopo dieci anni di governo forte, sia Mario Margini, sia Marta Vincenzi sia Stefano Zara hanno avuto e hanno il diritto di sentirsi investiti dalla responsabilità di prendere il posto di Pericu». Quindi: «Non c'è una ricetta per le primarie. Secondo me si può agire in ogni modo, si può sostenere qualcuno, si può scegliere e dare preferenze, oppure stare zitti. Ognuno è libero di esprimersi come vuole». Punto e a capo, alle primarie mancano cinque lunghissimi giorni.