Una «Romantica» poco romantica

Se, come dicevano tutti alcuni mesi fa nel vano tentativo di frenare la furia dei Masanielli e ammansire l'amarezza del maestro, Muti è uno dei quattro più grandi del mondo (e gli altri? Abbado, Chailly, Barenboim, Maazel...?), va da sé come l'esercito di direttori trentenni che sta conquistando Milano e non solo lei, si attesti su livelli decisamente meno eclatanti. Così quando dalla Verdi passa Junichi Hirokami (che di anni ne ha di più), o alla Scala torna Vladimir Jurowski, nessuno si aspetta le emozioni cui ci aveva abituato il nostro direttore musicale. Tuttavia si tratta spesso di fior di bacchette. Ciascuna con peculiarità proprie. Preciso e tranquillo Hirokami, che sceglie per l'Auditorium un programma che non si concede (Concerto n.2 per violoncello e orchestra di Šostakovic e Quarta di Bruckner), tiene bene l'orchestra, coordina solista e tutti, offre una lettura magari non esaltante ma corretta. Come avverrà poi con la sinfonia bruckneriana, la «Romantica» che di romantico conserva poco e passa via un po' noiosa. La serata ruota tutta attorno al cello di Enrico Dindo. Uno strumentista che conosciamo e del quale non possiamo che ribadire in toto l'assoluta eccellenza. Il discorso si fa più articolato per il Sinfonico Scala consegnato a Vladimir Jurowski. Conosciamo da tempo anche lui. Forse tuttavia, abbagliati da quanto accadeva alla Scala, non ce ne siamo occupati più che tanto. Ora, che la Scala è lui, ci facciamo conquistare la sua musicalità. Dalla passione che si acquieta tra le maglie liriche di Onegin (in replica) e nel sinfonico in questione ha maggior agio. L'irruenza scandisce i ritmi dall'opera incompiuta I Giocatori di Šostakovic. Dove la partitura permette impennate improvvise, tutto tondo timbrico (legni e ottoni), fugati, distensioni melodiche. Misura per la «parola scenica» degli ottimi cantanti. Da Urusov a Aleksashkin e da Vaneev a Voynarovskiy. Jurowski coglie perfettamente il colore inquietante della bisca e anche i momenti di joie de vivre, specialmente consegnati alla balalaika bassa di Massimo Laura. Felice, e un po' plateale come da copione, la «riparatrice» Quinta dello stesso autore che chiude. Semmai a essere distratta è l'orchestra, alla quale evidentemente occorre un autorevolezza del genere che si diceva sopra. Intanto la città si infiamma di moda. E, haute couture a parte, l'idea vincente ce l'ha Belstaff. Che, allo Smeraldo, s'accaparra Roberto Bolle. Gli fa indossare una giacca portentosa e una mantella favolosa. Poi, attorno a ballerino, giacca e mantella, fa costruitre dallo scaligero Francesco Ventriglia il balletto The Myth of Phoenix. Dove la Fenice è il logo del marchio. Diciamo subito che la bellezza, la presa e la stupefacente qualità tecnico-espressiva di Bolle basterebbero e avanzerebbero. Da sottolineare tuttavia anche l'eccellenza della stella scaligera Marta Romagna, la bontà dell'ospite Olga Melnikova, il livello degli altri che escono dalle file del Ballo e della Scuola. Massima riserva sul resto. Dove la Guidi di Bagno è «balstaffizzata». La coreografia totalmente priva di idee serva un libretto altrettanto arruffato. E le cose non migliorano con il collage musicale di Barbara Cocconi. Citazioni allo stato puro o giù di lì. Con attacco lampo sui Carmina Burana di Carl Orff, passaggio lampo su una salmodia bizantina e su una sinfonia di Beethoven. Lungo e sbilanciato ritorno a Orff. Cui prodest?