Romanzi e lettere Gli inediti dell’archivio dell’«arcitaliano»

Quando sono arrivati, ad aprile dell’anno passato - così raccontano coloro che hanno assistito alla scena - hanno di prepotenza invaso una delle sale più vaste: quasi un centinaio di scatoloni, resi ancor più imponenti dagli accurati imballaggi. Benché l’immagine lo possa far supporre, non si è trattato di un trasloco famigliare, ma dello spostamento di uno dei fondi più importanti, per articolazione e mole, della letteratura italiana del Novecento: l’archivio personale di Curzio Malaparte. La comprensibile emozione dell’apertura dei primi faldoni, paragonabile ai sentimenti provati da Howard Carter nell’accedere alla inviolata sepoltura di Tutankhamon, sta in questi mesi lasciando il posto alla consapevolezza di trovarsi davanti un autentico patrimonio di carte inedite, corrispondenze, quaderni di appunti.
Tutto ciò sta avvenendo presso la Fondazione Biblioteca di via Senato, a Milano, l’istituzione culturale creata nel 1997 da Marcello Dell’Utri. L’acquisizione, fortemente voluta dal senatore Pdl - noto per i suoi interessi bibliofili -, giunge dalla casa degli eredi diretti di Malaparte, guidati dall’avvocato Niccolò Rositani, la cui nonna materna Edda era sorella dello scrittore pratese. L’operazione non ha ovviamente mancato di suscitare uno strascico polemico quando, da alcune istituzioni toscane, si è gridato allo scippo. Le stesse istituzioni che per anni sistematicamente hanno ignorato gli appelli degli eredi per catalogare e valorizzare l’archivio dell’«arcitaliano». Forse per antipatia nei confronti del fascista provocatore. Sicuramente per ignoranza verso lo stilista innovatore e l’interventista culturale. Antipatia e ignoranza alimentate nei decenni dalla critica marxista che ha sempre liquidato Malaparte in poche righe (appena nove nella Storia della Letteratura italiana di Giulio Ferroni!) tacciandolo di «volgarità e cattivo gusto difficilmente superabili». Per fortuna la Storia insegna qualcosa di diverso. Il destino di archivi e collezioni è quello di viaggiare, smembrarsi e ricomporsi in nuove situazioni. E grazie a essi mutano le interpretazioni e i giudizi.
I circa 300 faldoni, posizionati nelle scansie di armadi approntati su misura di quella che è stata battezzata «Sala Malaparte», sono ora in fase di minuziosa catalogazione, azione che prelude a ogni futuro accesso di studio. Per intanto nessuno è in grado di conoscere con esattezza il loro contenuto. A una sommaria analisi pare esserci di tutto: appunti, fogli sparsi, abbozzi, correzioni, manoscritti, dattiloscritti postillati, inediti di romanzi e opere teatrali, articoli di giornale, un’immensa mole di corrispondenza, fotografie e oggetti effimeri (come tessere di partito, inviti e biglietti da visita). Il lavoro di censimento ha preso il via dalle lettere. Giunto ora a metà si sono già rubricati 2500 nominativi di persone in rapporto diretto (per interesse politico, letterario o di semplice amicizia) con Malaparte, mentre si sono per ora tralasciati quelli dei lettori delle sue rubriche giornalistiche fra cui, nel secondo dopoguerra, la celebre «Il battibecco», sul settimanale Tempo.
A occuparsi della catalogazione è un’équipe guidata da Matteo Noja, responsabile dei Fondi Moderni della biblioteca, in parte facilitata dalla ricostruzione dei flussi di corrispondenza effettuata vent’anni fa dalla sorella di Malaparte. I grandi nomi si sprecano: da Henry Miller a Ezra Pound, da Sandro Penna a Elio Vittorini, passando per Piero Gobetti (per il quale, nonostante le differenti posizioni, lo scrittore pratese aveva grande stima), Giuseppe Prezzolini fino a una commovente epistola nella quale Louis-Ferdinand Céline, reduce dal noto processo per collaborazionismo e in gravi difficoltà economiche, ringrazia Malaparte per avergli devoluto il danaro di un premio letterario.
La valorizzazione di tutti questi materiali sarà garantita da una futura digitalizzazione, al fine di metterli a disposizione della parte più ampia possibile degli studiosi. Ed è proprio in questo quadro di generale promozione che si colloca il primo evento malapartiano della Biblioteca di via Senato. Il prossimo 1 marzo, nei suoi spazi espositivi, la biblioteca inaugurerà una mostra (che poi si sposterà a Prato in ottobre) di una parte dei documenti dell’archivio. Nella prima sezione si narrerà la vita di Malaparte, nel modo più oggettivo possibile, considerandola come puro susseguirsi di date e avvenimenti. A scandirla saranno i quattro elementi: il fuoco, inteso come l’ardore della giovinezza, degli studi e delle passioni, ma anche della Prima guerra mondiale; l’aria come vento del nuovo, in Italia e in Europa, negli anni Venti e Trenta, e come approssimarsi della tempesta di una ulteriore guerra; la terra, ove rovina tutto il continente, fra morti e macerie, nella generale caduta dei regimi e degli idoli; l’acqua, elemento di purificazione e di rinascita verso nuovi orizzonti.
A fare da contraltare, si pone lo sviluppo della attività letteraria di Malaparte: dai lavori giovanili (poesie e taccuini di guerra) agli scritti giornalistici (sviluppatisi nel vasto dibattito delle riviste) e al primo grande successo, Tecnica del colpo di Stato (1931), per proseguire poi con Kaputt (1944) e La pelle (1949) e terminare con l’esplorazione di nuove forme d’arte: il cinema e il teatro. La seconda sezione porrà in esposizione una cinquantina di foto, scattate da Malaparte in occasione di alcuni dei suoi tanti viaggi: in Etiopia, nei Balcani (al seguito delle truppe tedesche) e in Cina (quando ebbe anche l’occasione di essere ricevuto dal presidente Mao).
Ma le sorprese sono appena all’inizio. È infatti annunciata la pubblicazione di un primo inedito, un romanzo ambientato nella Russia degli anni Venti, nel quale Malaparte racconta il mutamento dei rivoluzionari bolscevichi in classe dirigente. Insomma vasti terreni vergini si stanno per aprire a studiosi e ricercatori. Fascista e rivoluzionario, provocatore e uomo d’ordine, innovatore e reazionario... L’enigma Malaparte sta solo aspettando che sia proposto un più equilibrato giudizio che tenga conto di tutti i suoi molteplici e apparentemente contraddittori aspetti, nell’azione culturale così come nella speculazione politica. Mentre nella vasta sala della Biblioteca di via Senato ferve il lavoro, dagli scaffali occhieggia, singolare coincidenza, un volume di un altro «irregolare»: Yukio Mishima. Sulla copertina il ritratto dello scrittore giapponese vestito col kimono. Nella mano destra la katana (spada), nella sinistra un libro. Non si sono mai conosciuti, Mishima e Malaparte. Ma si sarebbero certamente piaciuti.