Il romanzo infinito di un ego allo specchio

A scanso di equivoci, prima di leggere questa elettrizzata recensione, sappiate che io amo Philip Roth e gli darei il Nobel. Dopodiché sappiate che è appena uscito un nuovo romanzo di Philip Roth.
Si intitola La mia vita di uomo (Einaudi) e ai lettori italiani suona familiare perché fa pensare a un incesto tra Svevo e la Fallaci, e per la verità è del 1974 (uscì in Italia nel ’75 per Bompiani) ma bisogna avere l’onestà intellettuale di ammetterlo: se non ci avessero avvertito sul risvolto di copertina non ce ne saremmo mai accorti e pertanto non siamo così poco masochisti da lamentarcene senza goderne. Tra l’altro, oltre a essere un Roth, è pubblicato nella collana Supercoralli, mica in Arcipelago, mica in Stile Libero, mica pizza e fichi.
Tuttavia stranamente nessuno ci ha fatto ancora caso, a questo nuovo vecchio romanzo di Roth, e a me così rothiano mi ha fatto molta tenerezza: si è materializzato sui banconi in sordina, senza neppure un’anticipazione di Piperno, senza neppure un trafiletto di D’Orrico, niente. Addirittura nessuno se lo ricordava, lo dimostra il mio giro di telefonate tra imbarazzati addetti ai lavori dove c’è chi ha fatto finta di ricordarselo, tanto anche se interrogato poteva buttarsi e raccontare la trama di un qualsiasi altro romanzo di Roth con «vita» e «uomo» nel titolo.
Infatti nel nuovo vecchio romanzo di Roth ci sono tutti i temi classici degli ultimi Roth: la giovinezza, la vecchiaia, il professore che si eccita con le studentesse, una catastrofe coniugale, la frustrazione esistenziale, ovviamente il sesso, anale e no, vari traumi biografici da varie tipologie di stupro fisico e psicologico, l’ebraismo, la scrittura sulla scrittura, la nemesi impossibile.
Ma la tragedia del nuovo vecchio Roth è che compare Nathan Zuckerman, io non ci potevo credere, io speravo con tutto me stesso di avere tutti i tasselli di Nathan Zuckerman e che fosse finita con Il fantasma esce di scena e di non sentirlo mai più nominare, macché. Aprendo quindi seri problemi filologici, almeno in Italia, nel mettere ordine nella Zuckerman Bound, che ogni volta si arricchisce di un nuovo capitolo o flashback o sequel o prequel a posteriori o a priori, per cui non si capisce più dove inizi e dove finisca la vita di Zuckerman né quando si tolga dalle palle una volta per tutte né se questo capitolo vada inserito o meno nella serie o sia un seme ancora acerbo o forse perfino apocrifo. Comunque: credevate di sapere tutto su Nathan Zuckerman? Un cavolo, qui ci sono gli «anni verdi» dell’adolescenza, come potete vivere senza.
Non importa che il nuovo vecchio romanzo di Philip Roth non sia tra i più scintillanti, forse vorrebbe essere sperimentale e forse negli anni Settanta lo sembrava ma oggi, dopo tutti i Roth usciti, sembra di averlo già letto dieci volte già alla prima pagina, con Peter Tarnopol alter ego di Zuckerman alter ego di Roth alter ego dell’ego dello scrittore che si racconta mentre si racconta nel solito matrimonio all’insegna del masochismo e dell’autopunizione, insomma almeno nei romanzi strangolatele le mogli, non costringeteci a quattrocento pagine di noia coniugale.
Non illudetevi con i richiami della quarta e i risvolti di copertina: «Roth al suo meglio», «un’opera grandiosa», «il più impietoso dei libri di Roth», si dice sempre così, e inoltre qui sono citati Newsweek e Newsday, non hanno nemmeno scomodato una frase di Saviano, non ci puntano tanto neppure loro.
Eppure la parte più avvincente del nuovo vecchio romanzo di Roth è tutta extradiegetica, come dicevano una volta i colti che avevano letto almeno un libro di Umberto Eco, anzi a pensarci è un vero mistero, e cioè: come decidono all’Einaudi all’improvviso di far uscire un nuovo vecchio romanzo di Roth che era lì da quarant’anni?
Ipotesi più o meno romanzesche: 1) A qualcuno del raffinato pollaio einaudiano, per esempio a Paola Gallo, durante una noiosa riunione estiva, viene in mente per caso che c’era quel vecchio romanzo di Roth che si potrebbe ripubblicare come se fosse un nuovo romanzo di Roth, tanto nessuno se ne accorge. 2) C’è della scaltrezza strategica: in tempi di crisi si decide, coscientemente, di scendere in cambusa, aprire lo sportellone del reparto surgelati con la scritta ROTH e andare a recuperare quel vecchio romanzo di Roth che è proprio uguale a un nuovo romanzo di Roth. 3) C’è dell’inganno a fin di bene: il nuovo vecchio romanzo di Roth non esiste, non è neppure una nuova traduzione, è scritto direttamente dal traduttore, Norman Gobetti, e forse neppure Norman Gobetti esiste, è in realtà lo pseudonimo di Dario Fo, e solo a Stoccolma lo sapevano da tempo, per questo il Nobel a Roth non lo daranno mai, l’hanno già dato a Fo. 4) C’è da riflettere appunto che questo nuovo vecchio romanzo di Roth è «ora riproposto in una nuova traduzione», e allora forse la spiegazione più semplice è che all’Einaudi qualcuno si è montato la testa e crede di essere all’Adelphi.