Un romanzo mezzo pieno e mezzo vuoto

L’ultimo libro di Orengo: scorrevole, veritiero sulle Langhe e sui vini. Però è «seriale» e il finale zoppica

Difficile scrivere di Nico Orengo, caporedattore del supplemento culturale Tuttolibri della Stampa. Se ne parli bene sembra che lo fai per adulazione, con la speranza che il tuo prossimo libro venga recensito favorevolmente sulle sue pagine (abbiamo tutti famiglia e un libro che sta per uscire). Se ne parli male sembra ostentazione di autonomia, bastiancontrarismo, aggressione premeditata. Si potrebbe allora fare i pesci in barile, scrivere l’articolo senza sbilanciarsi, cioè senza dire niente. Si potrebbe fare, certo, poi però bisognerebbe guardarsi allo specchio e sputarsi addosso. Qui si tenta una difficile quarta via, l’elenco il più possibile equanime del bene e del male, dei meriti e dei demeriti del nuovo romanzo di Orengo, Di viole e liquirizia (Einaudi). Prima di cominciare ecco la storia in estrema sintesi. Un sommelier francese arriva ad Alba per tenere un corso di degustazione. Fra un Barolo e un Dolcetto incontra un’affascinante viticultrice, il di lei fratello, un imbecille, e il di loro vicino, un tipo losco che tenta di mettere le mani sia sulla proprietà che sulla proprietaria. A un certo punto il sommelier si trasforma in super-eroe e manda all’aria il diabolico piano. La bella, riconoscente, non potrà che innamorarsi dell’uomo che l’ha salvata. Il libro si chiude con i due che ballano sull’aia, come in un film francese, anzi, come in un film di Rohmer, anzi anzi, come in Racconto d’autunno. E adesso l’elenco. Merito numero uno: il libro è breve, 155 pagine. Breve e scorrevole. Gliene siamo grati perché arriva dopo una lunga serie di romanzi monumentali, indigeribili, operissime ambiziosissime scritte dai seguaci di Antonio Moresco, l’autore de Gli esordi (544 pagine) e dei Canti del caos, tanto grosso che lo hanno dovuto dividere in due tomi. Speriamo che Orengo faccia tendenza, che gli scrittori smettano di gareggiare sul numero di pagine e comincino a farlo sul numero di idee. Merito numero due: finalmente la verità sulle Langhe. «Ci siamo inventati la Langa, un paradiso di vigna per amanti del vino e turisti. Ottima cucina, ottimo vino, colline da far invidia alla Toscana. Tutte balle. Qui non sai cosa fare se non mangiare e ubriacarti, se te lo puoi permettere». Lo dice un personaggio del romanzo dietro il quale è facile riconoscere l’autore. Dopo un paio di giorni trascorsi nei dintorni di Alba pensavamo anche noi la stessa cosa, ma poteva essere una prima impressione fallace. Adesso la delusione è confermata da un piemontese che conosce bene la zona e non ci sono più dubbi. Merito numero tre: Orengo di vino ne sa davvero, a parte l’errorino di pagina 9 (l’Arneis e il Blangè non sono due vini diversi, essendo il Blangè composto per il 100% da uve Arneis). Giustamente disprezza chi in Piemonte beve Chardonnay e non i validi bianchi indigeni. Conosce il pericolo costituito dai vini «californiani, uruguaiani, cileni», economici quanto anonimi, e lo indica in modo più efficace di tanti articoli del Gambero Rosso.
E adesso l’altra faccia della medaglia. Demerito (eventuale) numero uno: l’episodio di pagina 28 è identico a quello raccontato da Paolo Monelli ne Il ghiottone errante (a pagina 78 nella nuova edizione del Touring Club). Plagio o che altro? Siccome anche noi abbiamo un libro in uscita, e una segnalazione su Tuttolibri ci sarebbe utile, dubitiamo che si tratti di una volgare scopiazzatura. Ci sarà una fonte comune, sarà una storia che i vignaioli si tramandano di generazione in generazione. Demerito numero due: il retrogusto di serialità. Orengo scrive un libro all’anno e i titoli girano sempre intorno alla dispensa: Ribes, La guerra del basilico, Il salto dell’acciuga, La curva del latte, adesso Di viole e liquirizia. Lo farà apposta per accalappiare il lettore gourmet, però è stucchevole. Demerito numero tre: l’inverosimiglianza del finale. Bisogna sapere che anche ai più rinomati sommelier capita di confondere Barolo con Barbera, se non hanno sott’occhio l’etichetta. Nel libro di Orengo il sommelier ha doti paranormali e riconosce alla cieca non solo il tipo di vino ma anche l’annata e il nome del produttore di una lunga serie di bottiglie, senza sbagliare mai. Ma figuriamoci. Forse però l’episodio va letto in chiave ironica. Se Orengo promette di trattare bene il nostro prossimo libro siamo disposti a togliere il forse: di sicuro l’episodio va letto in chiave ironica.