Romanzo (semiserio) su Mourinho, l’antipatico per diritto ereditario

Vincente, scorbutico, affascinante, arrogante: un po’ come Mancini Ecco
la cronaca dell’avvicendamento. Inventata, certo: però...

di Daniele Abbiati
Non mi direte che siete fra quelli che credono che José Mourinho è davvero l’allenatore dell’Inter? Non mi direte che vi siete fatti abbindolare dai soliti giornalisti prostituti intellettuali e dal solito potere mediatico demoplutocratico del Milan e della Juventus? Ve lo chiedo perché, qualora la pensaste così, sarebbe inutile, anzi dannoso, per voi, leggere quanto segue.
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«Dài, tira fuori la lista».
Il Direttore obbedì al Presidente. Si chinò in avanti e raccolse la sua borsa di cuoio che riposava da una mezz’oretta sul tappeto persiano del XVII secolo. Poi estrasse dalla borsa una cartelletta a strisce nerazzurre. Sopra c’era un’etichetta: «Allenatore Inter».
«Allora... Ricapitolando...».
Occorsero una ventina di minuti, al Direttore, per leggere ad alta voce le schede dei dieci candidati rimasti in corsa, dopo durissime selezioni, per succedere al Mancio. Sarebbe inutile, oltre che poco elegante, ripetere qui quei nomi e quei cognomi. Diciamo soltanto che nell’elenco figuravano alcuni insospettabilissimi...
Comunque il Presidente, terminata l’esposizione del Direttore, scosse la testa.
«Non ci siamo, non ci siamo proprio, caro mio. Quelli bravi chiedono pochi soldi. Quelli che chiedono tanti soldi - quindi gli ambiziosi, come piace a me - sono scarsi. Quelli belli hanno inflessioni dialettali. Quelli che parlano bene sono brutti. Quelli che nessuno si aspetterebbe sulla panchina dell’Inter ci sono già stati e non possiamo mica riprenderli, che figura ci faremmo? Insomma, siamo ancora in alto mare. Senti, facciamo una cosa. Aggiorniamoci fra un paio di settimane, magari salta fuori una buona idea, che dici?».
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La buona idea saltò fuori. Quasi per caso, come succede spesso alle buone idee. Ma non fu per merito né del Direttore, né del Presidente che l’Inter trovò il degno successore del Mancio. Fu proprio lui, il Mancio, a risolvere la questione. Indirettamente, certo, e senza volerlo. Almeno così ci risulta.
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«Essere antipatici, non è un dono di natura. Occorre lavorare sodo, per guadagnarsi l’ostilità della gente. Gli ingredienti da miscelare sono molti: devi essere un po’ altezzoso e un po’ presuntuoso, un po’ permaloso e un po’ arrogante, un po’ cattivo e un po’ intrigante. Ma, soprattutto, devi essere intelligente. È vero che l’intelligenza non si compera al supermercato. Infatti, si compera nelle boutique. Ora, se qualcuno, dopo aver accumulato un ingente patrimonio di antipatia, in forza di una semplice frase, di un rigo appena, diventa improvvisamente simpatico per il semplice fatto che quella frase gli fa perdere il posto di lavoro, tutto il ben di Dio di antipatia non viene buttato nella pattumiera. Passa automaticamente in eredità a chi va a occupare il posto vacante».
Così ragionava, il 12 marzo 2008, all’indomani di Inter-Liverpool 0-1 e della conseguente eliminazione della Beneamata dalla Champions League, il Comitato di Salute Pubblica Nerazzurra convocato d’urgenza in un lussuoso appartamento del centro di Milano. Meno di 24 ore prima il Mancio aveva annunciato, a conclusione di una breve conferenza stampa, le ferali parole: «Vi dico una cosa, e la dico in italiano perché tanto agli inglesi non interessa. Questi sono gli ultimi due mesi e mezzo per me sulla panchina dell’Inter, anche se ho quattro anni di contratto».
Il Comitato si era dunque dato due compiti: 1) arginare l’urto del ben noto complotto mediatico demoplutocratico rossobianconero; 2) trovare un nuovo allenatore alla squadra di Moratti. In capo a una settimana, il realismo prevalse, e il primo compito venne stralciato, per concentrare tutte le forze sul secondo obbiettivo.
Occorre precisare, giunti a questo punto della nostra ricostruzione, che il Comitato di Salute Pubblica Nerazzurra operava all’insaputa sia del Direttore, sia del Presidente. Si trattava cioè di un’autentica Azione Parallela volta a porre le basi del futuro impero continentale interista scavalcando i due uomini ufficialmente incaricati del progetto. Infatti, all’atto pratico l’incontro fra Direttore e Presidente che abbiamo descritto in precedenza, ancorché conclusosi con un nulla di fatto, non avrebbe potuto decidere nulla, perché avvenuto dopo l’investitura di José Mário dos Santos Mourinho Félix a mister nerazzurro proprio da parte del Comitato.
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Le cose si svolsero così.
Il 15 marzo 2008, data infausta per chiunque si ritenga un Cesare, il Mancio, allenatore in attività ma de facto già defenestrato, e il Mou, allenatore disoccupato ma de facto già insediato, vennero convocati nell’appartamento milanese eletto a quartier generale dell’Azione Parallela. E, alla presenza dei membri del Comitato, i due sottoscrissero un patto fra gentiluomini.
Il Mancio che in linea puramente teorica si sarebbe potuto ritenere parte lesa, rinunciò a qualsivoglia risarcimento poiché ottenne di scaricare sulle spalle del Mou tutto il fardello di antipatia accumulato in quattro, lunghissimi anni. Da parte sua il Mou fu ben lieto di accollarsi il pesante lascito, promettendo peraltro di raddoppiarlo, pur di rientrare nel giro buono.
In quella sede non si discusse né di calcio, né di soldi: si decisero soltanto, una volta raggiunto l’accordo sulla transazione, le modalità tecniche della stessa che la mancanza di spazio ci impedisce qui di rivelare. Basti sapere che fu un vero colpo di genio, da parte del Comitato, investire della questione nientemeno che i responsabili del potere mediatico demoplutocratico rossobianconero. Il compromesso storico che ne seguì determinò la pax calcistica vigente tutt’oggi, nella quale al Mancio tocca la parte del simpatico esiliato e al Mou quella del vincente antipatico. Come dite? L’Inter è rimasta senza allenatore? Ma se ha appena vinto lo scudetto!