Un romanzo storico con certe grevi cadute

«Una storia romantica» di Scurati paga un costo troppo alto alla voglia dell’autore di distinguere tra finzione e realtà Con risultati discutibili

C'è un dialogo, nell'ultimo romanzo di Scurati, che non mancherà di sorprendere chiunque conosca anche solo superficialmente l'autore e le sue convinzioni letterarie. È la scena capitale in cui il vecchio senatore del Regno Italo Morosini mette alle corde la moglie Aspasia per farle confessare l'antico tradimento consumato con Jacopo, compagno d'armi di Italo durante le Cinque giornate di Milano del 1848, poi caduto alla fine della guerra di Carlo Alberto contro Radetzsky.
Invece di negare il tradimento con Jacopo, o magari di ammetterlo, la donna «smonta» i rovelli fuori tempo massimo del marito facendogli notare che «il tragico, a un certo punto, deve pure arrestarsi di fronte al serio». È, questa, una frase molto femminile, nel senso in cui secondo Cesare Pavese «ogni donna è un uomo d'azione». Come a dire: passino le smanie di ogni tipo; passino le barricate, la patria con la maiuscola o senza, e passi persino l'amore, questa passione così gravida di tante stupidaggini. Ma prima o poi deve subentrare un diverso regime di comprensione, un diverso atteggiamento di fronte alla realtà. La serietà, appunto: in altre parole un'esistenza moderatamente borghese. Del resto, non si tratta necessariamente di un'esistenza malvagia. Prendere sul serio la serietà di Aspasia, tuttavia, ha un costo altissimo. Se infatti il tragico è solo un «momento» della vita o della Storia, un «momento» al quale deve seguire qualcosa che assomigli ad una civile routine, l'intero romanzo di Scurati si trasforma in un lungo prologo a questa resa dei conti. Il senatore, ovviamente, diventa subito un imbecille. Non perché sia stato tradito, e nemmeno perché ormai sia solo un corrotto che ha scelto di abbandonare il suo partito, la Destra, per il trasformismo di Depretis: piuttosto, perché ha attribuito alla moglie una fedeltà postuma a Jacopo che sarebbe durata per decenni, ben oltre la morte del traditore, quando al contrario la donna si sarebbe ben presto accorta di qual magro affare avrebbe realizzato nel piantare in asso il futuro senatore per gettarsi nelle braccia del grande amore della sua gioventù. Perché Jacopo era un individuo spaventosamente tragico. Se lo avesse sposato, Aspasia avrebbe pasteggiato a tragedia tutti i giorni: altro che serietà.
Il ritorno di Scurati alla narrazione (Una storia romantica, Bompiani, 570 pagg., 19 euro) è lungi dall'essere cristallino. Come si ricorderà, La letteratura dell'inesperienza si concludeva con un elogio del Nome della rosa di Eco e con un appello al romanzo storico, ritenuto uno strumento adatto a contrastare la perniciosa indistinzione tra finzione e realtà che per Scurati dominerebbe la nostra cultura. Fin qui, niente da obiettare: Una storia romantica è appunto un romanzo storico. Ma c'è romanzo storico e romanzo storico. Per cominciare, nessuno ignora che pochi stili discorsivi riescano a trasmettere un senso di falsità (cioè il senso di una mancata corrispondenza tra nome e cosa) quanto l'esaltazione patriottica da monumento ai caduti. Ora, Scurati è stato temerario a non approfittare degli sforzi fatti dagli storici per staccare l'Ottocento dallo scaffale tonitruante dei sussidiari manipolati dai ministeri della pubblica istruzione.
Invece di mirare alla sobrietà, ha cercato di distillare il vero della magniloquenza, con risultati che giudicherà il lettore. Inoltre, se si volevano opporre le figure di Jacopo e Italo alla meschinità del nostro presente, non si potevano scegliere personaggi meno adatti, visto che il primo è palesemente un esaltato, e il secondo un corrotto. Meno ancora si comprende come mai un autore che ha fatto del vincolo con la realtà il primo comandamento decida di comporre un romanzo che dichiaratamente metabolizza, fraintende o ricalca una quantità notevole e non omogenea di film, canzoni e romanzi in un'ebbrezza citazionista che oltre ad avvilire una prosa già di per sé incline a grevi cadute di gusto non può non stridere con il progetto di una narrativa basata sull'esperienza. E poi, cosa spingerebbe il protagonista a combattere sulle barricate? Scurati l'ha rappresentato con tali tratti di maledettismo da trasformarne l'eroismo in un atto sì titanico, ma masochistico e disordinato.
Stando così le cose, non fa meraviglia che vi siano tracce di donchisciottesco nel personaggio di Jacopo; ciò che lascia perplessi è che al di là della sprezzante, lucida frase di Aspasia vi sia talmente poco di cervantino nel suo creatore.