Un romeno al posto di Lady Letizia

La previsione dell'Università della Bicocca che, tra 25 anni (meno di una generazione) Milano conterà 600.000 abitanti di origine straniera e solo 800.000 italiani è di per sé, abbastanza impressionante, ma lo diventa ancora di più se dai freddi numeri si passa alla proiezione di questi dati sul terreno. Che cosa ne sarà delle nostre scuole, già oggi disastrate dalla difficoltà di insegnare a bambini di tante diverse madrelingue? Come si ridurranno i quartieri dove gli stranieri tendono a radunarsi, trasformandone radicalmente il tessuto sociale e i commerci? Siamo preparati a una richiesta così massiccia di alloggi a prezzi accessibili? Che influenza avrà questa onda d'urto sulla politica milanese, visto che a quel punto molti immigrati saranno diventati cittadini italiani o avranno acquisito almeno il diritto al voto amministrativo? Gli stranieri si inquadreranno nei partiti italiani, o fonderanno tante formazioni a base etnica, per portare avanti le rispettive rivendicazioni? E il primo sindaco immigrato (o figlio di immigrati) sarà cinese, romeno, marocchino o addirittura islamista? Chi oggi ha meno di cinquant'anni deve prepararsi a vivere la propria maturità, o la propria vecchiaia, in una città dove di milanese, anzi di italiano, rimarrà piuttosto poco e dove buona parte dei servizi essenziali sarà affidato a stranieri. Non ci sono precedenti cui rifarsi perché neppure Parigi, Londra e Rotterdam, le città europee più multietniche, hanno ancora toccato le percentuali previste dalla ricerca; e, in ogni caso, là il processo di trasformazione è stato molto più graduale e quindi più governabile. Qualcuno conta ancora su una inversione di tendenza, ma alla luce delle tendenze demografiche, e anche dell'intensificarsi dell'immigrazione per i lavori dell'Expo, è più probabile che le proiezioni della Bicocca si realizzino addirittura con qualche anno di anticipo.