Romina Power debutta alla regia: lo confesso, è il mio primo amore

Stasera a Milano sarà proiettato «Upaya», girato in India. «Mio figlio Yari è autore di musica e foto, ma non è un film famigliare»

Carlo Faricciotti

da Milano

Proiezione milanese stasera allo Spazio Oberdan, nella cornice della tredicesima edizione del festival di regia femminile Sguardi Altrove, di Upaya, debutto nella regia di Romina Power. Upaya, girato in India, a Varanasi - uno dei luoghi più sacri del subcontinente, sulle sponde del Gange e a pochi chilometri da Sarnath, dove Buddha tenne il suo primo discorso - è un mediometraggio in cui la voce narrante di Paolo Ferrari rievoca la storia di Hans, infermiere in un ospedale tedesco, alle prese con una missiva da recapitare a un ignoto destinatario in India. Dopo mesi di ricerche infruttuose, una malattia che gli provoca febbri e visioni, Hans s’incamminerà su un percorso di rinascita spirituale. L’autrice avrebbe dovuto presentare personalmente il lavoro, ma poi ha preferito rimanere in India, dove ultimamente passa molto tempo e dove è stata raggiunta per quest'intervista.
Upaya è il suo debutto da regista: da cosa nasce l’esigenza di passare dall'altra parte della macchina da presa?
«La regia era il mio primo amore anche se nessuno lo sapeva. A undici anni, sia nel collegio inglese dove studiavo sia in vacanza scrivevo e dirigevo delle pièce teatrali. Ora, invece ho sentito il bisogno di raccontare in pellicola le mie storie. È molto più creativo e appagante della semplice recitazione. Mi pento un po' di non esserci arrivata prima».
Upaya, in sanscrito, significa «il mezzo» ed è un concetto buddhista: come si traduce in immagini un concetto filosofico?
«In generale non saprei. Nel caso di Upaya l’ho fatto spontaneamente, di getto. Non senza essermi prima consultata con un mio caro amico, un monaco buddhista, che mi ha aiutato a non farmi prendere dalla voglia di romanzare».
Di questo film lei firma regia e montaggio (quest’ultimo con Riccardo Parmigiani), suo figlio Yari fotografia e colonna sonora: ha scelto questa formula famigliare perché la trovava più rassicurante o perché con Yari avete in comune la passione per l’India?
«Perché Yari è un esperto viaggiatore che conosce bene l’India. Ed è anche un esperto di riprese cinematografiche e Varanasi non è un posto semplice per girare. Inoltre compone della musica ispirata. Non lo considero un lavoro famigliare, avrei chiesto la collaborazione di Yari anche se fosse stato un mio amico. Anzi, è come se lo fosse: ho scoperto che in lingua Hindi Yari significa amicizia».
Un’altra sua grande passione è la pittura, con quadri che sono stati definiti astrattisti figurativi. Cosa la attira, di questa forma d’arte?
«Della pittura mi piace la libertà d’espressione, il suo essere senza intermediari. Mi piace la sensazione che ti dà maneggiare i colori. E mi piace poter raffigurare il mondo, visto però attraverso la mia ottica».
Progetti futuri?
«Sto scrivendo un romanzo e una sceneggiatura che conto di iniziare a girare quest’anno. Sto anche preparando una nuova mostra dei miei quadri».