Romiti: "Elezioni subito Così ammazzano il Paese"

L'ex presidente Fiat: "Basta scuse. Bisogna mandare tutti a casa e scegliere gente che sappia cosa fare". Poi l’avviso: "Oggi, come negli anni di piombo, serve coraggio". Di Berlinguer ricorda: "Litigai con lui
quando appoggiò
la protesta
a Mirafiori. È un
mio dispiacere"

Roma - Il passato è lì, negli occhi scuri di Valeria Solarino. Cesare Romiti conta i suoi 84 anni, torna indietro e li ferma per un paio d’ore a quell’autunno del 1980, quando la Fiat era la sua casa e il cielo di Torino era di piombo. Le immagini della "marcia dei quarantamila" sono in grigio. La storia è un frammento, il resto, gli anni, gli amori, la paura, sono il film: La Signorina Effe. F come Fiat, come felicità, come fine. Fine di una stagione, quando i colletti bianchi sfilano per le vie di Torino e dicono “basta scioperi”. È la maggioranza silenziosa che dice basta: all’ubriacatura collettiva, ai sogni del ’68, alla guerra civile e ai compagni che sbagliano, alle fabbriche occupate, alla rivoluzione sulla due cavalli e, soprattutto, al terrorismo. Romiti, allora, era l’amministratore delegato della Fiat. E quelli in marcia erano i suoi dirigenti, i suoi uomini. Ma ora, che fa il presidente della fondazione Italia-Cina, il suo sguardo è fermo sugli occhi di Valeria “Emma” Solarino, la protagonista del film. "Molto bella. Mora, colorito un po’ olivastro, l’orgoglio profondo che sa di Mezzogiorno. Qui interpreta la figlia di un operaio della Fiat in pensione, uno dei tanti arrivato dal Sud negli anni ’50. Mi commuove che in quella stagione di sangue ci fosse lo spazio per una storia d’amore".

Rabbia o nostalgia?
"Né l’una né l’altra. Solo ricordi".

Non rimpiange nulla?
"Il coraggio. Quello che manca oggi".

Un’altra marcia dei quarantamila?
"C’è molto malcontento in giro. Bisognerebbe sciogliere il Parlamento e mandare tutti a casa".

Votare subito?
"Subito. E scegliere gente che sappia cosa fare, dove andare. La situazione è difficile. Non si può restare in bilico, prendere tempo, tergiversare, rimandare, trovare scuse. Così si ammazza un Paese. Ora, come allora, il coraggio fa la differenza".

Le rivolte di quegli anni avevano un’ideologia forte alle spalle...
"Vero. E questo è un vantaggio. Ma non c’era il fattore immigrati. È un rischio in più".

Come visse quella stagione?
"Anni terribili. Esasperanti. Le fabbriche, e la Fiat in particolare, erano ostaggio di un manipolo di estremisti. C’erano infiltrazioni terroristiche anche nel sindacato. Non si riusciva a lavorare. La produzione a singhiozzo, minimi storici. La qualità era quello che era. Ormai, alla fine degli anni ’70, era questione di vita o di morte. La Fiat era moribonda. Eravamo soli. Non solo a Torino. In tutte le fabbriche per un motivo o per l’altro non si lavorava. Avevano il 30-40 per cento di assenteismo".

A Cassino gli operai si mettevano in malattia quando c’era il periodo della mietitura. Tornavano a lavorare nei loro campi.
"Li chiamavano metal-mezzadri".

E il sindacato?
"Mi ricordo una riunione con i tre leader delle confederazioni. Dico a Lama, Carniti e Benvenuti che dovevamo licenziare 90 operai sospettati di terrorismo. Dopo una lunga discussione loro accettano. Ma mi fanno una raccomandazione: “Attenzione alle lettere di licenziamento. Devono essere formalmente ineccepibili”. Ero sconfortato. Questi hanno i terroristi in famiglia e si preoccupano della forma".

Come andò a finire, scioperarono?
"Certo, lo sciopero era il minimo".

Ma come avevate scelto i novanta da licenziare?
"Erano stati individuati dai nostri servizi interni".

Nel settembre del 1980 la Fiat decide di licenziare 14mila operai.
"Tanti. Ma come ho detto era questione di vita o di morte. Poi ci mettiamo d’accordo con i sindacati per la cassa integrazione".

Ventitremila persone.
"Esatto. Ma l’accordo salta. Loro vogliono la cassa a rotazione. Noi vogliamo mandare a casa i più facinorosi. È scontro. Chiedo a Gianni Agnelli di rendersi irreperibile. Lui deve restare fuori dai giochi. La battaglia è dura. Se perdiamo la sconfitta deve essere tutta mia. Non deve ricadere sul capo della Fiat. Siamo isolati. Abbiamo contro anche vari settori della Confindustria, i vertici: Merloni, De Benedetti. Ci aiuta solo Lucchini".

Il governo?
"Mi chiama il ministro dell’Interno Rognoni: “Studenti e operai marceranno insieme contro di voi, dovete firmare una tregua. Accettate le richieste del sindacato”. È assurdo. Rispondo che il mio compito è salvare la Fiat. Spetta al governo salvaguardare l’ordine pubblico. Niente resa. Lo scioperò durerà 35 lunghi e durissimi giorni".

E poi la marcia. Come andò?
"Erano tutti stanchi. Molta gente voleva tornare a lavorare. A Torino si respirava aria plumbea. Venivamo da quasi dieci anni di paura. La sera, di fatto, c’era il coprifuoco. Quadri e dirigenti si riunirono, quel 14 ottobre, dentro un cinema: Il Nuovo, a Torino Esposizioni. Dentro c’erano 2000 persone. Fuori molte di più. Ad un certo punto decisero di uscire in strada e far sentire la loro voce. Sfilarono per via Roma e si diressero verso Mirafiori. Erano già in 40mila, ma mentre marciavano si accodava altra gente. Non gente Fiat, ma negozianti, artigiani, dipendenti di altre aziende, tutti quelli che erano sfiancati da questa situazione".

Davanti ai cancelli di Mirafiori c’era anche Berlinguer.
"Sì, e fece un grosso errore. Un sindacalista della Cisl domanda: “Ma se occupiamo gli stabilimenti il Pci che fa?”. Berlinguer risponde: “Saremo con voi”. Non potevo tollerare che un partito, un’istituzione, legittimasse azioni violente e illegali. Litigammo. Ed è un mio rammarico. Qualche tempo dopo fu stroncato da un ictus".

Cosa la emoziona del film?
"Tutte le scene di repertorio. Ma soprattutto questa. Vede la casa del papà di Emma, della Solarino insomma?".

Sì, cosa c’è di strano?
"È una casa dignitosa. Un salone, piccolo, ma arredato bene. La sala dove si pranza. È un’ambiente che si può definire borghese. Non si respira aria di povertà. Non era come oggi. Una famiglia operaia, modesta, non viveva l’incubo della terza settimana. Lo stipendio arrivava a fine mese".

È quello che sostiene il padre di Emma: "La Fiat mi ha permesso di crescere tre figli, anche se si faticava".
"Appunto. I vecchi operai Fiat erano orgogliosi del loro status, anche se venivano dal Sud. Anche da emigranti. Avevano credito nei negozi, investivano nell’educazione dei figli, vedevano un futuro migliore. Tutto questo è stato spazzato via. Non c’è più l’operaio. Non c’è più la fabbrica. Non sai da dove arrivano le cose che acquisti, che hai in casa. La merce non ha più un’anima. È tutto indefinito. È tutto incerto. E c’è tanta paura".

E voi non avevate paura? Le Br sparavano...
"Paura? Noi? No, no".

Agnelli non ha mai pensato: "Mi ammazzano"?
"L’Avvocato era fatalista. Non si preoccupava. Se una cosa deve accadere, accade".

E lei?
"Rischiai il rapimento. Mi avvertirono che erano stati arrestati alcuni tipi che avevano progettato e organizzato il mio sequestro. Pensai: Questa volta è quasi toccato a me. Chissà se stanotte riuscirò a dormire?".

Come andò?
"Feci una bella dormita".