RONALDINHO «Io, stregato dai rossoneri»

«Mi sono commosso entrando a S. Siro per la festa ad Albertini. Il pubblico mi applaudiva persino mentre mi riscaldavo: è stato incredibile. Il Milan è una grande squadra che rende grandi i giocatori: proprio come il Barça»

Cristina Cubero

da Barcellona

Quel giorno a Milano il suo sorriso umido con la gomma in bocca e con i denti sempre in fuori catturò la simpatia dei tifosi rossoneri. Per la verità, furono la classe eccelsa e la fama grande a catturare tutti, ma lo sguardo da cartone animato aiutò non poco. Quel giorno, durante il riscaldamento, cominciò a camminare, ma più che un camminare, il suo pareva un ballare, un muovere le braccia e salutare il pubblico del Milan con l’aloha hawaiano che l’ha reso famoso nel mondo. E quel giorno, il popolo rossonero s’innamorò di Ronaldinho. Vide in lui il più grande, il numero uno, vide simpatia, vide il calciatore che con il suo gioco e le sue capacità merita oggi, ad ogni partita, che tutti i tifosi si alzino in piedi e cantino e incitino persino durante il suo riscaldamento. Quel giorno era solo un match amichevole, organizzato per l'addio al calcio di Demetrio Albertini, ma l’entusiasmo dello stadio sorprese e commosse anche il campione sudamericano, leader del Brasile e di un Barcellona che affascina grazie al «jogo bonito» di cui proprio Ronaldinho è ormai ambasciatore onorario in giro per il mondo.
Ronaldinho, che cosa ricorda di quel primo incontro con il popolo rossonero?
«Fu impressionante l’accoglienza riservatami dai tifosi milanisti. Fin dall’arrivo a Milano, il giorno prima della partita, siamo tutti stati trattati in modo meraviglioso, ci hanno fatto sentire a casa. La gente è molto calda. Ricordo perfettamente gli applausi durante il riscaldamento e poi quello, incredibile, quando entrammo sul terreno di gioco. Mi commuove oggi come allora il pensiero che su quel prato hanno giocato gli idoli rossoneri di due o tre generazioni. Ricordo che pensai a Demetrio, pensai che devi essere una gran brava persona per portare così tanta gente alla tua festa. Noi abbiamo avuto "Deme" in squadra solo per sei mesi, ma è stato sufficiente per apprezzarlo».
Albertini parlava molto del Milan?
«Aveva sempre un commento, un dettaglio, un qualcosa da raccontare. Albertini ha vinto tutto con il Milan, ha vissuto grandi epoche. Tutti sappiamo, nel Barcellona, che il Milan è grande, è tra quelle squadre che fanno grandi i propri giocatori. Come il Barça. Oltre ai miei compagni della Seleçao, Cafù, Kakà, Serginho, Dida, questa squadra ha con sé anche Shevchenko, pallone d’oro prima di me. Un attaccante bravissimo. E poi altri grandi campioni, e poi Maldini, un esempio per tutti».
Il loro reparto difensivo vi spaventa?
«Sì, chiaro, però se capisci come si muove è più facile anticiparne i movimenti... per poi provare a superarli».
Ormai, per tutti, lei è il migliore del mondo. E non c’entra solo la conquista del Pallone d’oro.
«Quando mi dicono che sono il migliore, il numero uno, rispondo sempre la stessa cosa: che mi fa piacere, ma che sicuramente non mi considero il migliore. Imparo ogni giorno. Imparo guardando le partite dei più grandi; ed il Milan lo è, perché ha sempre un movimento particolare, una soluzione con una giocata adeguata, dettagli che possono farti migliorare. Se pensi di essere già il migliore allora sbagli, perché sempre arriverà un altro che cercherà di superarti imparando proprio da te».
Si sbilanci un poco: come vede la semifinale di Champions?
«Complicata! Mi sembra ovvio: è una semifinale di Champions contro il Milan! Per questo lo affronteremo avendo ben chiaro in testa che dobbiamo farlo con rispetto, senza mai sottovalutarlo, sapendo che razza di squadra è. Ma noi, io, vogliamo giocare la finale a Parigi».
Ma lo vogliono anche al Milan.
«Certo, è un sogno che fanno anche loro, purtroppo, so che è un’ovvietà, ma una sola squadra può passare il turno... Abbiamo 180 minuti per giocarci tutto, in più il ritorno al Camp Nou. Faremo il possibile per buttare fuori dalla competizione uno dei club più forti del mondo».
Come?
«Il Barça dovrà restare concentrato dal primo minuto, senza commettere falli, stando attento in ogni istante. E poi confidiamo nel nostro calcio».
Fin qui, che cosa le ha dato il Barcellona... ovviamente a parte un contratto d’oro?
«Tutto mi ha dato. Ed io intendo ricambiare il Barça, restituendogli tutte le emozioni che mi ha fatto provare. Sono contento di questa città che mi ama, dove si vive bene, dove si può essere felici. Che altro posso dire? Sì, questo: so chiaramente che la felicità non si compra col denaro, di certo non la mia».