RONALDINHO & MESSI, GIOCHI DA RE

I l via ce lo daranno loro, le facce che meno ti aspetti. Ronaldinho e Messi sono tutto, tranne che simboli di un’Olimpiade. Salvo non si pensi che i Giochi sono solo business. Idea accettabile, ma non accettata da puristi e atleti, dai tecnici e dagli inguaribili romantici. Meno quattro (giorni) alla cerimonia di apertura di questa Olimpiade cinese che promette di tutto e di più, si tratti di doping o di spettacolo, di tecnologia o di disumanizzazione, fatta per stupire e per divertire, per creare emozioni e per ritrovare il bello dello sport in una lacrima, in un sorriso, in una vittoria e in una sconfitta.
Ma Ronaldinho e Messi cosa ci fanno? E perché proprio loro saranno le facce che, per prime, ci accompagneranno nei giochi d’ombra cinesi? D’accordo, per prime (mercoledì) scenderanno in campo le donne del calcio. Ma il giorno dopo, vigilia della cerimonia che tutto fa profumare d’Olimpiade, il palcoscenico sarà loro e state certi che i Giochi non potranno avere miglior spot d’apertura. Sembra una contraddizione: l’Olimpiade si fa trainare dai re di un mondo che nulla ha da spartire con certe povertà e certi ideali. Legge del contrappasso? Rivincita del pallone? Forse. Il mondo del calcio è sempre stato un parente mal sopportato dagli sport olimpici. Ogni quattro anni apre in anticipo sugli altri, ma riscalda solo quando si arriva alle sfide finali. Stavolta farà di più, molto di più. Presenta un bel numero di stelle e stelline: c’è anche Pato, c’è un Brasile che vuol vincere ad ogni costo, c’è un’Argentina che vuol rivincere. C’è pure l’Italia, ma per ora meglio lasciar perdere. Ma stavolta Ronaldinho e Messi se la vedranno con gli assi dell’atletica, Powell, Bolt, Gay e Bekele, con quelli del nuoto, Phelps, Magnini e Hackett, con quelli del basket, LeBron James e Koby Bryant, col tennista Federer, col ciclista Cadel Evans.
E qualcosa hanno insegnato. Ronaldinho è un grande giocatore, ma non un esempio comportamentale. Lionel Messi è un poeta del calcio-spettacolo-vincente, ma non sempre può reggere certi ritmi atletici. Entrambi avranno da affrontare una stagione difficile. Eppure hanno fatto di tutto per esserci e stavolta contava l’amor di patria più che l’amor di soldo, di sponsor o di business. Ronaldinho ha litigato con il Barcellona, pur di presentarsi in Cina, ed ha imposto al Milan di lasciarlo andare. Messi è in età per giocare le Olimpiadi, ma il solito Barcellona ha fatto di tutto per impedirglielo ed è ancora legato ad una piccola speranza. L’argentino non ha fatto lo strafottente, ma neppure un passo indietro.
Prendiamola come una lezione, la prenda come lezione anche il calcio italiano, club e bizzosi campioni che preferiscono la maglia della società a quella della nazionale. Stavolta quei due giocano per la bandiera: quella vera. E per quella rischiano la faccia più che in un mondiale. Se l’Olimpiade è magica, stavolta l’ha dimostrato.