Ronaldinho strega anche Milano col suo canto libero

Oscar Eleni

da Milano

Musica per gente che non ti può odiare se hai la faccia di Ricardo Kakà, i dentoni e i piedi di Ronaldinho. Musica per l’angelo Ancelotti che ogni tanto presta l’auricolare al suo amico Franco Rijkaard per fargli sentire il rumore del palo colpito da Gilardino, quello del colpo di testa in tuffo di Sheva. Luna calante in sagittario fra colori che raccontano qualcosa sull’affetto della gente. Se fai migliaia di chilometri e ti mandano nel terzo anello devi avere una grande fede, la pensano così anche i milanisti del Gruppo Cavillo che stanno dalla parte opposta a quelli del Barça, pronti ad ululare se quei catalani da barrio chino si mettono a cantare, facendo scoprire che, come nel bellissimo film di Barratier sui coristi di un collegio per ragazzi difficili, avrebbe un senso creare dei club canori, potrebbe essere l’idea per un nuovo calcio dove fischi ed insulti apparirebbero per quello che sono: bestialità, altro che sfogo.
Cantano, ma non fanno acuti gli artisti nel campo. Eto’o e Shevchenko sono quelli che soffrono di più, e non senti neppure il canto libero di quelli che la gente ama a prescindere. Ronaldinho è proprio uno di questi, quando si ferma per scaldarsi anche sulle punizioni, la gente, non soltanto i ragazzini, fa oooh e batte le mani, anche se il mistero delle cinque traverse per contratto resta il mistero sul quale si discute prima che si giochi davvero.
Per capire il grande leprotto, questo brasiliano principe dei semplici che incanta ogni tipo di cobra ridendo quando fa bene e anche quando sbaglia, basta seguirlo nel suo viaggio verso la luna e in ottantamila gridano a Serginho che è proprio fortunato se riesce a scambiarsi la maglia col numero dieci dei blaugrana fosforescenti già all’intervallo.
Potenza della fede fra brasiliani che si baciano sulle scale, sul campo, si accarezzano quasi sempre e mai ringhiano, sarà la loro idea di ordine e progresso.
Incantarsi per Ronaldinho e questo Barça dove tutti credono di essere dei grandi pittori perdendo spesso l’attimo fuggente, il Milan, che avrebbe i colori giusti e la voglia per fare le cose essenziali, perde il passo nello stesso momento in cui scopre che i defensa catalani non sono aquile con rostro, ma fingono soltanto di essere i giganti del Montjuich.
Quando fai la conta degli artisti veri e pensi che senza Messi il roditore Ronaldinho non avrà tante carote sul piatto ecco che il suo sorriso fa capire dove il Milan si sta incanalando, incartando. Come gli capita spesso dal nulla scopre dove c’è l’acqua che disseta, il fiume che porta verso Parigi, aspetta il suo momento di grande sambista e va a cercare Ludovic Giuly, connazionale dell’arbitro francese che arbitra all’inglese, quando il povero Dida fa come quelli che stanno uscendo di casa, ma tornano indietro perché hanno dimenticato le chiavi o il telefonino.
Ahi Carmela, cantano nel barrio Gotico del terzo anello, mentre Ronaldinho confeziona il suo ovetto, senza riuscire a vedere Seedorf che perdendo palla finge di avere un piede e il sospensorio all’inferno, senza accorgersi che lo stralongo Dida gli fa angolare abbastanza il tiro per mandarlo a sbattere sulla base del palo.
Vai con l’affetto e le lune calanti, teleobiettivo su Paolo Maldini che entra, mentre Ancelotti dice a Rijkaard ti ricordi, forse è la mia ultima speranza e Frankie risponde a Carlo che conosce bene l’anima di Paolino.
Kakà sembra aver voglia di saltare qualche margherita, inventa, prova il suo sensazionale cambio di passo, la progressione, ma l’erba è perfida, umidiccia, anche quando vede la luce. Sarà per colpa dell’erba, del vantaggio, ma anche Rijkaard diventa perfido e ci fa chiudere per nervoso chiamando in panchina Ronaldinho, uno che guardi volentieri anche quando si allaccia le scarpe. La gente è con noi e fischia. Ora si aprirà il dibattito: il loggione ha osato fischiare il grande tenore o si è infuriata con Ian Solo, il vecchio amico Frankie, l’uomo dei giorni in cui non c’era limite al cielo rossonero? Se ne discuterà fino alla partita di ritorno, quando il Nou Camp apparirà davvero troppo grande anche se dovessero guarire le tonsille di Pippo Inzaghi che ha un’elettricità diversa da Gilardino il duca.