Ronaldo illude il Milan, ma il fenomeno vero è l'Inter

Al gol del grande ex risponde la coppia di attaccanti di Mancini. Ai nerazzurri negato anche un rigore. <a href="/a.pic1?ID=163205" target="_blank"><strong>Il fenomeno vince comunque</strong></a>: il suo ritorno sull'altra sponda del Naviglio è emozionante

Milano - Poche storie, l’Inter di quest’anno è più forte del Milan. Con o senza Ronaldo. Come dimostrano i due derby della stagione finiti nella tasca di Mancini e tatuati sulla pelle di Moratti. Impossibile dimenticare Valencia e l’eliminazione in Champions league ma il 2 a 1 di ieri pomeriggio è una crema capace di lenire la ferita sanguinante. L’unico precedente in materia, dominio netto interista sui rossoneri nelle due sfide, è datato ’81-82: un altro Milan, Jordan all’attacco e Piotti in porta, Radice in panchina (poi esonerato), Silvio Berlusconi lanciava Canale 5 a quell’epoca. L’Inter di questi mesi è una squadra, meritatamente prima, piena di orgoglio e di forza fisica. Niente può fermarla quando risulta assistita da lucida determinazione e magari da uno schieramento più razionale. Né la rasoiata di Ronaldo che ha ammutolito i fischietti, né gli insulti muscolari traditi da Grosso e Dacourt (per il primo si tratta di una ricaduta, l’ennesima) rimpiazzati da Maxwell e Samuel, né gli errori di mira registrati prima e dopo. Mancini è stato il primo a cogliere al volo l’occasione del grande riscatto. Corretto lo schieramento tattico rispetto a Valencia, ha puntato su Figo dall’inizio e grazie a quello sbocco è riuscito a riprendere il volo verso lo scudetto dei record. Nella seconda frazione, con Burdisso a centrocampo, è andato dritto al centro del ring e l’ha conquistato. Vinti fondamentali duelli con la forza e la tecnica, ha dato al risultato la piega voluta, inseguita con ferocia, senza mai una violenza gratuita. Ibrahimovic ha messo alla frusta lo strepitoso Maldini (600 in serie A e complimenti da tutti per la sua esibizione), Cruz si è scrollato come una piuma dal cappotto di cachemire Jankulovski: così il Milan e Ronaldo sono stati rispediti indietro, lontani dal primato nel derby e anche dalla zona Champions, sei punti dietro per effetto del successo della Lazio a Reggio Calabria, meno 33 il distacco dalla capolista. L’Inter non si è fermata davanti a niente.Non si è fermata dinanzi al rigore negato alla mezz’ora del primo tempo da Rizzoli: evidente la collisione in area tra Bonera e Zlatan con relativo danno per l’interista. Si può sbagliare la valutazione del fallo, non invece la genuinità della caduta. E il cartellino giallo per simulazione inflitto a Ibrahimovic è sembrato più il frutto di un pregiudizio (precedente in Lazio-Inter, doppio giallo, ricordate?) che altro. Il Milan si è arreso nonostante la migliore sceneggiatura apparecchiata dal destino e da quel superbo eroe chiamato Ronaldo. Il Fenomeno ha fatto il suo e forse anche qualcosa di più. Il suo gol è un arabesco, dal limite dell’area, col sinistro aggirante: ha ricordato la stessa velenosa traiettoria di Shevchenko nel derby di Champions (Toldo in porta quella volta). Ronie ha messo la partita sul binario giusto: la squadra è deragliata più tardi. Ha guadagnato un paio di punizioni in posizioni vitali del campo: Pirlo ha sprecato quasi tutto. Sull’1 a 0 Ronaldo ha servito un babà per i piedi poco nobili di Gattuso che ha mancato il 2 a 0. Al Milan sono mancate le forze (dopo i supplementari di mercoledì sera) ma anche il contributo decisivo di alcuni puntelli. E non ha funzionato neanche la macumba del rinnovo contrattuale. Dida, rimesso a libro paga sabato pomeriggio a sorpresa, non ha tenuto il cross a pelo d’erba di Ibra girato in rete da Cruz entrato al posto di Crespo da 11 secondi. Non è stata la sua unica incertezza, al prossimo Milan farebbe comodo Buffon. Ma Dida non è stato l’unico anello debole, nell’occasione. Oddo e Jankulovski hanno pagato dazio, Seedorf è rimasto ai margini, Kakà nella ripresa ha inciso poco, Ronaldo abbandonato al suo destino, circondato da due mastini e senza rifornimenti di pregio. Solo Ambrosini e Gattuso si son battuti come veri crociati lombardi. Quando poi sono arrivati i rinforzi dalla panchina, non è cambiato granché: Gourcuff è un frutto ancora acerbo, Gilardino un milord accerchiato da una ciurma di briganti. Ancelotti ha poco da farsi perdonare: ha provato a vincere sull’1 a 1: non gli è mancato il coraggio, gli è mancata la forza e l’ispirazione dei giorni migliori. Da cima a fondo, è stato un derby energetico, corretto, spettacolare. Anche sulle curve è finita come sul prato di San Siro. Da una parte il concerto dei fischietti, dall’altra il silenzio polemico degli ultrà rossoneri. Sembrava un presagio.