Ronchi conquista il Lagaccio: «Vincenzi, fai decidere ai genovesi»

Arriva l’auto blu del ministro. Si ferma in via Bartolomeo Bianco proprio di fronte ai 1.600 metri quadri di terreno che ospiteranno la moschea genovese. Il freddo ed il vento gelido che soffia al Lagaccio fa pensare più ad un clima siberiano che al solitamente mite inverno genovese. Ad essere caldi sono una ventina di residenti del quartiere scesi dai loro appartamenti perché hanno ascoltato in tv che un ministro stava arrivando nel quartiere per rendersi conto di persona di quello che potrà sorgere in zona. Altri arrivano direttamente dalle edicole, giornali ancora in mano ormai accartocciati e piegati dal vento.
Tutti incontro al ministro per le politiche comunitarie a cui chiedono in coro di bloccare il progetto. Soprattutto persone anziane, ma anche qualche giovane. Portano le lamentele della delegazione e a loro risponde il ministro che sventola i fogli che gli ha consegnato Milena Pizzolo, portavoce del Comitato per il centro est. Ci sono 3.500 firme raccolte in via Napoli che dicono «Noi la moschea non la vogliamo». «C’è tensione, preoccupazione, allarma sociale e il sindaco Vincenzi, il cui dovere sarebbe quello di ascoltare i cittadini, si è mostrato insensibile» attacca Ronchi. C’è chi lo invita rimanere in zona fino a venerdì, giorno in cui i comitati hanno promosso una fiaccolata, altri gli chiedono di andare dalla Vincenzi e di dire a nome del Governo che la moschea non si farà. C’è anche chi si è portato la mappa del progetto della bocciofila che doveva nascere in quell’area. Ronchi raccoglie le lamentele e lancia la campagna su cui si è unito tutto il centrodestra: «Una questione così dirompente- affonda- deve essere decisa con il concorso della popolazione, deve partire dal basso, dalla condivisione. A questo punto l’arma del referendum diventa inevitabile». Lo avevano lanciato in estate, nello scetticismo totale, i consiglieri regionali Gianni Plinio (An), Matteo Rosso (Fi) e Rosario Monteleone (Udc). Oggi la via referendaria appare davvero l’unica praticabile per cercare una forma concreta di opposizione ad un centro islamico che «non è che non si voglia a prescindere - puntualizza -. Non ci opponiamo alla multireligiosità o alla libertà di culto. Siamo perché le moschee si facciano, ma adeguate rispetto alle comunità, con la garanzia che vengano rispettate le leggi e accettate regole democratiche e culturali del nostro Paese. Non si possono concedere spazi a gruppi che negano l’esistenza dello Stato d’Israele». Mentre Ronchi parla ha vicino a se anche Abu Bakr Moretta, esponente del Coreis (gruppo dei musulmani moderati d’Italia) che si dice preoccupato dalla gestione della futura moschea da parte di una comunità che ha rapporti con l’Ucoii. A chi gli fa presente che il suo gruppo non fa parte della consulta delle religioni, Moretta replica così: «Non ci hanno invitato perché il Comune parla solo con Husein e quando alla preghiera in Sinagoga del 27 gennaio il rabbino capo voleva farmi intervenire è stato Luca Borzani a non farmi prendere parola». In nome della tolleranza e della multireligiosità, probabilmente.