Ronchi: "Saremo una repubblica guidata da due leader"

Il ministro delle Politiche comunitarie: "Sbaglia chi pensa di fare a
meno dell’altro socio fondatore. Ci sarà un processo decisionale
democratico"

«Il Pdl non è, non può essere e non sarà una monarchia, un luogo dove uno solo decide. Deve essere, è, e sarà una repubblica».
Ministro Ronchi, davvero crede che un partito con una leadership forte come quella di Berlusconi possa diventare una Repubblica?
«Sì, ne sono certo. Quando ricorro a questa immagine, penso alla repubblica, perché lì c’è un concorso nelle decisioni, c’è un capo, ma c’è un processo decisionale chiaro e democratico. Il nuovo Pdl deve essere così».
Si discute molto sul ruolo di Fini.
«Il problema è molto semplice. La leadership deve essere duale».
Detto così sembra quasi troppo facile.
«No, è la nostra forza. Pensi al Pd loro non hanno nemmeno un leader e faticano a trovarlo, e ne hanno messi da parte quattro in meno di cinque anni. Noi ne abbiamo addirittura due».
E come si deciderà, ad esempio quando si dovrà arrivare al nodo delle candidature?
«Con gli organi dirigenti che Ignazio La Russa, molto caparbiamente ha già disegnato negli organismi statutari. Anche Berlusconi ha spiegato che il nuovo partito nascerà così».
Quindi c’è pari dignità fra i due partiti?
«Guardi, i soci fondatori sono due. Chiunque pensi che si possa fare a meno dell’altro socio, o relegarlo in una condizione di minorità, sbaglia.»
Quindi non è un’annessione?
«Assolutamente no. Si sta co-fondando una cosa nuova e guardi, non è né un problema di posti, né di numeri».
Molti si interrogano sulla differenza di identità politiche di Fini e Berlusconi.
«Noi stiamo andando a rappresentare 15 milioni di italiani! Nessuno può immaginare che li trasformiamo in 15 milioni di soldati. La pluralità nel Pdl è un fattore decisivo ed è anche un valore».
Quindi, lei pensa che l’iniziativa dei cento parlamentari per rivedere il ddl sull’immigrazione sia positiva?
«La lettera dei cento, o quanti sono, non c’entra nulla col congresso. È intervenuta su un tema in cui ci sono stati degli equivoci e qualche informazione non corretta... ma è un esempio perfetto per il discorso che sto facendo».
In che senso?
«Dimostra che ci sono degli spiriti liberi, che non siamo un esercito di intruppati. Ma è anche la prova che c’è dialettica e questa produce ricchezza».
Ovvero?
«Ha visto che anche Berlusconi ha dichiarato di condividere il sentimento di quei parlamentari? Se ci sono degli errori si correggono con il dibattito, e noi dimostriamo che siamo capaci di decisioni ma anche di riflessioni, molto più della sinistra che sa solo litigare».
Lei nel merito cosa pensa, della facoltà di denuncia dei medici?
«Sono d’accordo con La Russa, una cosa è chi ha commesso un reato. Una cosa è un povero cristo che chiede un aiuto e non può essere denunciato».
Quale deve essere l’obiettivo più importante del nuovo partito?
«Rompere l’egemonia culturale degli sconfitti. Cioè della sinistra. La nostra vittoria numerica, non ha ancora prodotto un cambio del clima culturale».
In che senso?
«Pansa dice sempre delle tante persone che incontra che gli dicono “meno male che c’è lei, con i suoi libri”. Ecco, non dobbiamo avere degli episodi isolati, o dei profeti controcorrente, dobbiamo far sì che la storia non sia più appannaggio di una sola parte. Non possiamo avere moderne forme di proscrizione, come Buttafuoco, messo all’indice da un deputato dell’Italia dei valori che non sa nemmeno chi sia».
Quale deve esser la bussola?
«La capacità di essere politicamente scorretti, la voglia di rompere i tabù sacrali».
Mi faccia un esempio.
«Le impronte digitali. Sono dovuto andare in Europa, insieme a Maroni, a spiegare che servivano a tutelare i bambini sfruttati dal racket e magari seviziati».
Che ruolo immagina per Fini in questo processo?
«È l’altro leader di questo partito. Può fare quello che vuole. È fondamentale per immaginare la destra del futuro. È stato un leader capace di grande intuizione e generosità. Se avesse voluto garantirsi una poltrona si sarebbe tenuto stretto An».