Ronconi perde la sfida con «Fahrenheit»

da Torino

Il coraggioso Luca Ronconi, raccolta la sfida di riproporre in teatro su invito di Elisabetta Pozzi il libro cult di Ray Bradbury Fahrenheit 451, divenuto nel'66 l'omonimo film cult di Truffaut e, in data più recente, una logorroica pièce rivisitata senza estro dall'autore della fabula originale, si è sforzato in ogni modo nelle dichiarazioni alla stampa fornite prima dell'andata in scena di minimizzare il valore letterario dell'apologo che si è trovato tra le mani. Nulla di più conforme al vero, anche se forse tanto onesto furore autolesionista avrebbe potuto più utilmente esercitarsi sul rifiuto di metterci mano. Dal momento che la storia del pompiere Montag che, sedotto dalla vivacità culturale della giovane Clarisse, decide di abbandonare la sua professione di incendiario sovvenzionato dallo stato per bruciare i libri responsabili di far pensare l'umanità, per lui si riduce a una favola che - presumibilmente - l'ha interessato solo per l'aspetto formale e l'uso degli effetti speciali indispensabili alla rappresentazione dell'eccentrica parabola. Fondata sul potere fascinoso della parola, l'unica in grado di assicurare al genere umano la dignità che gli spetta in quanto roseau pensant come a suo tempo si espresse Pascal.
Peccato in quanto l'idea di misurarsi con questo tremendo problema, nell'era del crollo delle ideologie e della dimissione promossa dai media, era allettante come era indubbiamente encomiabile la scelta dello Stabile di Torino, e degli altri enti confederati a promuoverne l'allestimento. Ma cominciamo dal principio. Cosa ci mostra Ronconi, per eccellenza mago barocco del Maraviglioso, in questa sua ennesima fatica? Piazza dietro alle paratie rugginose di Tiziano Santi che si alzano a tagliola perdendosi nel cielo del teatro, un pavimento di griglie metalliche da sadica cantina dei supplizi qua e là agìta da altissime vampe di fuoco, fa calare i giallastri camici degli addetti al rogo tramutando chi li indossa in minacciose parvenze d'assalto, fa scendere i suoi monatti da pertiche più cupe di qualsiasi attrezzo di tortura, esibisce a oltranza un metallico robot fornito di due teste canine che si agita grottesco sul fondo e, quando si tratta di indicare a ludibrio massimo della scomunica dell'intelligenza il gigantesco maxischermo televisivo si diverte a proiettarci sopra, accanto a spezzoni di varia provenienza, stacchi di Suspiria di Argento e statici quadri desunti dalla Nostalgia di Veronica Voss di Fassbinder.
Per non parlare dei soliti arredi semoventi che vengono da Diario privato e pile di libri reduci da Infinities. Mentre, per quanto riguarda la Pozzi, splendida come non mai nei panni virili del nonno di Clarisse, si limita a impostarla come Marisa Fabbri dopo averle imposto la maschera di Franca Nuti in Ignorabimus. E gli interpreti maschili? Mai visti così spaesati come in questo trionfo della visibilità pura a cominciare da Fausto Russo Alesi e dal ridicolo Beatty di Alessandro Benvenuti.

FAHRENHEIT 451 - di Ray Douglas Bradbury Teatro Stabile di Torino - Piccolo Teatro di Milano - Teatro di Roma - Biondo di Palermo. Regia di Luca Ronconi. Moncalieri, Fonderia Limone, in tournée