Ronde di notte, per difendere le case dai rom

«Costretti a dormire di giorno e fare colazione all’ora di merenda: siamo alla frutta»

Gianandrea Zagato

Dove Milano sembra un’altra città, con la gente che s’arrangia come può e che alle otto di sera chiude le persiane. Meglio farsi gli affari propri, girarsi dall’altra parte per non vedere. E bastasse pure per non sentire quel rumore: quel tonfo di martello e piccone che risuona come un incubo per chi gelosamente custodisce il contratto d’affitto. Suono pesante perché segnala l’arrivo di un nuovo vicino di casa, uno di più secondo gli inquilini per bene. Quelli che non ne possono più, che dopo l’ondata albanese, pachistana e nigeriana non ce la fanno davvero a convivere con i rom. Quando troppo è troppo.
E, allora, eccoli qui, alle due di notte nel cortile del civico 178 di via Lorenteggio: occhi arrossati, barbe lunghe, canottiera d’ordinanza e la speranza che la notte trascorra tranquilla. Altrimenti? Be’, scatta la telefonata al 113, con richiesta di intervento, «almeno si evita il peggio». Già, «il peggio» con chi, piccone e martello in azione, non si presenta certo col biglietto da visita in mano. «Sono delinquenti, gentaglia che approfitta delle tue ferie per entrare in casa e occuparla» racconta l’Aurelio, pensionato di giorno e vigilantes di notte. Sta lì con altri due, tre a sbarrare il passo agli illegali, ma non sempre ci riesce, «cinque-appartamenti-cinque sono finiti in mano loro, ci vivono colonie di zingari che senza pagare un becco di quattrino usano la corrente elettrica dello stabile». Presenza ingombrante, a quindici minuti dal Duomo. «E, sia chiaro, non è questione di pelle o di religione: è solo che quelli là non sono come noi», continua l’Aurelio. Virgolettato che è fotografia di vita quotidiana, con «quelli là» che «gettano la spazzatura dalla finestra», «orinano sui fiori del giardino» e «non conoscono le regole del vivere civile».
Storie di condominio che s’accumulano sul taccuino nella lunga notte delle «sentinelle», «chi è costretto a questo, a fare i turni d’agosto, a dormire di giorno e far colazione all’ora di merenda, be’ vuol dire che è arrivato alla frutta». Autoanalisi, accompagnata da un the freddo, di «chi» non accetta quindi tanto facilmente la patente di giustiziere della notte: «Ue’, non diciamo pirlate. Non sopporto la vista del sangue e le pistole... lasciamo perdere. La mia, la nostra unica arma è il telefonino che, di notte, speriamo sempre di non dovere nemmeno usare». Modello che però squilla spesso, soprattutto di giorno. A chiamare sono quelli che resistono nel fortino di via Odazio, che chiedono conforto agli altri prigionieri del Giambellino: «Anche loro sono tenuti in ostaggio dai rom, quelli che dalle nove del mattino sino a tarda notte trasformano il parchetto di via Odazio in un bivacco». L’immagine è quella di un tappeto verde ricoperto da bottiglie e lattine di birra, avanzi di cibo e rifiuti di ogni genere e colore. Zaffate di immondizia in un parco senza più panchine - «sa, si sperava che così evitassero il bivacco» - simbolo del degrado di un quartiere che, ancora in silenzio, tenta di sopportare l’insopportabile, ma «il limite è stato superato». La prova? Quei libri gettati in un angolo della fontana, «senz’acqua perché gli sporcaccioni ci facevano il bagno», e dati alle fiamme: da un libro spunta quasi intatta la fascetta della biblioteca comunale, «quella di via Odazio, quella del quartiere: loro entrano e rubano quello che trovano. Lo fanno sotto gli occhi degli impiegati che, come noi, sono sì esasperati ma troppo impauriti».
Convivenza impossibile, dunque, in un pezzo della città di Gabriele Albertini che per dare un futuro ai rom ha speso qualcosa come venti milioni di euro in sette anni. «Danè gettati al vento» commenta l’Aurelio, che pensava di vivere in un paradiso e non all’inferno. Che riapre il libro dei ricordi, di quando si stava meglio e «al ritorno dalle ferie non si trovavano i mobili gettati nel cortile e la casa occupata da quelli là». Rischio che, notte dopo notte, lui e gli altri non vogliono vivere.
gianandrea.zagato@ilgiornale.it