«La rondine» di Puccini in un fascinoso volo alla ricerca dell’amore

da Torre del Lago

Ogni manciatella d'anni La rondine di Puccini arriva in un teatro, ed ogni volta ci spiegano che è quasi sconosciuta. E ci precisano che sembra un'operetta ma che non lo è, che la sua frivolezza è melanconica, che Puccini non ne era soddisfatto e perciò ogni tanto cambiava il finale da quello originario di Montecarlo del 1917, e che è una partitura molto preziosa. È un'opera salottiera, di fatuità elegante parigina, piena di danze e di frasi galanti, dove la sognatrice Magda preferirebbe alle perle donate dal suo amante Rambaldo un amore di sentimenti veri; forse ne incontra uno ma a una festa con un ingenuo giovane perbene, ma le cose finiscon per restare come stanno. Nella versione del 1922, prescelta nell'edizione che si dà in questi giorni a Torre del lago, proprio il giovane, che la conosceva credendola povera ed ingenua, è pronto ad abbandonarla.
Ricami di sonorità in orchestra, voluttà di melodie nel canto, travestimenti in palcoscenico rendono godibile la vicenda, ma non bastano a scalfire il pigro fatalismo dei personaggi e la voglia di lacrime dell'autore, che alla fine ci solletica invincibilmente. Il piacere del vano genera il senso del vuoto... Saggiamente il regista, Lorenzo Amato, nelle note sul programma di sala, cita come rivelatrice una frase buttata là da un personaggio: «Si vive in fretta: mi vuoi? Ti voglio. È fatto!». Tutto qui.
Amato ha un torto: per qualche idea da cui è partito mette in scena coi personaggi un piccolo manipolo di ballerini che in modeste prestazioni ginniche compiono azioni di disturbo; dopo un po’ per fortuna l'occhio li esclude come si escludono istintivamente i rumori da un'esecuzione disturbata per radio, e resta un mondo abilmente e armoniosamente mosso nelle scene sgargianti e visionarie del pittore Nall, che su grandi pannelli ammannisce un tripudio di fiori e nei costumi eccessivi inventa un mondo di bellezza senza perché ma ammaliante.
Alberto Veronesi, il direttore, si lascia prendere la mano dal gusto di sguazzare in queste visioni e nel piacere dell'enfasi sonora; e manda tutto in primo piano, con inattesa e coerente suggestione, tanto più che i cantanti si scatenano, a cominciare dalla protagonista Svetla Vassileva, che prorompe nel gesto, nella parola, negli acuti, e che finisce però per approdare ad un'autenticità dolorosa impressionante. Fabio Sartori usa la sua bellissima voce come volesse dimostrare d'essere un tenorone, Marzio Giossi ha una presenza interessante. C'è una coppia curiosa, un poeta ed una camerierina, che fan da contrappunto ironico e affettuoso, lei però, Maya Dashuk, sembra cantare Wagner e lui, Emanuele Giannino, che sarebbe adattissimo, dovrebbe rinunciare al gusto del nitore stentoreo. Il coro va così così. Ma nel complesso tutto è un po’ sovraesposto però nulla è inerte e alla fine l'esecuzione lascia un suo segno affascinante.