Rooney e le scommesse Una «malattia» costosa

L’attaccante del Manchester sarà in campo tra 10 giorni. Nel frattempo deve pensare a ripagare i debiti di gioco

Filippo Grassia

Al suo fianco un Paese intero. Con ansia l’Inghilterra ha atteso il responso della risonanza magnetica che ha ufficializzato la guarigione clinica di Wayne Rooney, il giocatore più atteso e chiacchierato della Premiership. Il metatarso del piede destro, fratturato il 29 aprile durante Manchester Utd-Chelsea, non presenta più tracce di lesioni. E così il ragazzino terribile del calcio inglese, 21 anni a ottobre, verrà buono fra una decina di giorni, in tempo per le partite a eliminazione diretta. Alla prima fase pensino i compagni. Il ct Eriksson, che lo aveva imposto due anni fa all’Europeo in Portogallo, gongola. Come Wayne che, pur di esserci in Germania, ha trascorso quattro ore al giorno in una tenda iperbarica per affrettare la formazione del callo osseo. Una noia incredibile, condita dalla musica rap di cui va pazzo. Ma il Manchester, in un comunicato, ha chiesto ai medici della nazionale di andarci piano prima di dare l’ok al suo utilizzo. Un talento così va tutelato. Per un altro infortunio alla caviglia, nei quarti dell’Europeo, dovette restare a riposo quasi tre mesi.
Eriksson rischiò in prima persona quando regalò una maglia da titolare a quel bamboccione che in Portogallo gli diede ragione segnando quattro reti in altrettante partite prima di farsi male in un banale scontro con Andrade. Fuori lui, fuori l’Inghilterra: solo un caso? In Germania il Ct ritenta il colpo con Theo Walcott, 17 anni compiuti a marzo. Ma Rooney è un’altra cosa. A poco più di vent’anni si porta appresso sponsorizzazioni personali del valore di oltre tre milioni di sterline: Nike e Coca Cola in primo piano. E nessuna di queste aziende ha osato mettere in discussione i contratti dopo la frattura al piede e, prima, dopo la pubblica denuncia della sua propensione per il gioco d’azzardo con particolare riguardo alle scommesse e al poker. Il «Daily Mirror» ha rivelato che il giovanotto ha accumulato debiti per circa 700mila sterline, poco più di un milione di euro, e perso addirittura una Chrysler grigia del valore di 25mila sterline. A portargliela via Phil Barsdley, suo 20enne compagno di squadra. Il tavolo del poker era completato da altri due giocatori del Manchester: Rio Ferdinand e Wes Brown. A fare la figura del pollo ci pensava Rooney, più bravo con gli scarpini che con le carte.
Il suo agente gli ha consigliato di non onorare i debiti perché la legge inglese non li riconosce. Ma la scelta non è piaciuta al pubblico («Chi perde al gioco, deve pagare», la voce popolare) che pure stravede per lui. Un vizietto diffuso nel mondo variegato della Premier League. Eriksson, impossibilitato a vietare il poker nel ritiro in Germania, ha cercato di limitarne la portata con una norma «paradossale» che impedisce di puntare più di 300 euro a partita. Una somma ridicola per gente che guadagna milioni di euro a stagione. «Colpa dei compagni più anziani, ho preso esempio da loro», s’è giustificato il giovanotto che non riesce a liberarsi da questa malattia. Il suo agente ha aggiunto che sarà lunga la strada della redenzione. Come dire che questo straordinario talento è incapace di intendere e volere quando si trova con le carte in mano e non riesce a fare a meno di scommettere. Una malattia vera e propria. Ma niente a che vedere con il giocatore di Dostoevskij.