Rooney una lince, se il compagno è in maglia rossa

Per vincere anche l’occhio va allenato. La stella del Manchester ha un angolo visivo extralarge, ma il segreto del successo è nei colori scelti dalle squadre

Filippo Grassia

La vista sarà la nuova frontiera da superare nella ricerca incessante di performance? L’interrogativo apre uno studio francese che comparirà fra pochi giorni sul primo numero della nuova rivista digitale «Scienza e Motricità» curata dal professor Tiziano Marini di Varese. Il comandamento è questo: se vuoi migliorarti, devi vedere meglio. E, d’altra parte, nel gergo degli sport di squadra è comune trovare espressioni del tipo: «Quei due si trovano a occhi chiusi». Il calcio inglese lo ha capito prima di altri e i suoi club nello staff tecnico inseriscono sempre più spesso uno specialista della vista.
Ad aprire la strada è stato Alec Ferguson, manager del Manchester United, colpito dalle considerazioni della dottoressa Gail Stephenson, responsabile del dipartimento ortoptico dell’Università di Liverpool, sui colori delle maglie. Era la primavera del 1997. La ricercatrice, assistendo ad una partita dei Reds contro il Southampton, aveva constatato che perdeva più facilmente di vista i giocatori del Manchester, allora in maglia grigia, di quelli avversari. Nel corso del lavoro svolto in seno allo Utd, accortasi che la grande maggioranza dei calciatori sfrutta non più del 50% delle attitudini visive, ha sviluppato allenamenti specifici che comprendono esercizi collettivi e personalizzati per migliorare questa capacità.
Ma c’è chi dispone di uno spettro visivo per così dire extralarge, come l’attaccante Wayne Rooney. Ascoltiamo la Stephenson: «Lui vede al di là degli altri. Questa facoltà gli permette di abbracciare tutto il terreno con un solo sguardo e di indovinare la presenza di un compagno disponibile per il passaggio anche se si trova all’estremo limite del campo visivo». Negli anni il lavoro di Gail Stephenson è aumentato considerevolmente all’interno dello United. Il suo discorso riguarda in particolare i portieri che allo stesso tempo devono vedere il pallone, chi tira, i compagni e gli altri avversari con l’obbiettivo di scegliere in una frazione di secondo l’intervento da fare. Del resto della squadra quelli che ci vedono meglio sono nell’ordine i centrocampisti, gli attaccanti e i difensori. In linea assoluta i migliori sono i piloti automobilistici, seguiti dai tiratori e dai tennisti, a metà strada i calciatori, ultimi i podisti che brancolano nel buio assieme ai sollevatori di peso. Il rugby è all’avanguardia, come ha testimoniato Clive Woodward, allenatore dell’Inghilterra campione del mondo, arrivato al punto da prestare un’attenzione maniacale perfino al colore delle pareti dello spogliatoio: «L’occhio va allenato come qualsiasi altra parte del corpo».
E, tanto per rimanere in tema, un’azienda multinazionale ha messo in vendita lenti a contatto colorate che ottimizzano il contrasto dei colori, soprattutto nel passaggio dalle zone d’ombra a quelle luminose e viceversa.