Rosa di Erba, l’amore nero della moglie di Olindo

La gatta da tinello svela il suo fascino oscuro: è lei a tenere in pugno Olindo, gli ordina cosa fare e lo sorveglia. Lei, quasi analfabeta, diventa sacerdotessa nera e musa ispiratrice

Como - Søren Kierkegaard era un bel ragazzo. E s’innamorò di una bella ragazza. Fin qui, tutto normale, «il simile va con il simile» e via discorrendo... Meno normale è quanto il filosofo danese scrive nel Diario del seduttore: «Ciò che è bellissimo è difficile a ottenersi, facile è raggiungere l’interessantissimo».

Sul «bellissimo» siamo più o meno tutti d’accordo. Possiamo dire che Rita Hayworth non era bellissima? Qualcuno non considera bellissimo il ballerino Roberto Bolle? Bellissimi, senza discussioni. Ma, proprio per questo, non «interessanti». Hayworth e Bolle, come dice Kierkegaard, sono «difficili a ottenersi». Per un motivo semplicissimo: li vorrebbero tutti. «L’interessantissimo», al contrario, è «facile» per i pochi (spesso per l’unico) che lo considerano tale.

«L’interessantissimo» è la norma che diventa eccezione, è la mediocrità camuffata da sublime, è il meravigliosamente brutto. O il genio del male.

Per questo Olindo Romano e Rosa Bazzi sono «interessantissimi» e «facili». Diciamo la verità: chi se li piglierebbe mai? Nessuno. Nessuno tranne Rosa Bazzi e Olindo Romano. Infatti si sono presi, e non si mollano più. Andranno insieme fino in fondo, berranno fino alla feccia l’amaro calice, ma dopo un brindisi gioioso.

Però c’è un però. Mentre il Romano, quell’orco stranito con gli occhi rossi, è il protagonista-comparsa del dramma, la Bazzi, lei che legge a fatica, ne è a un tempo musa ispiratrice e severa sacerdotessa, la scintilla che ha generato l’incendio e la goccia d’acqua che vorrebbe spegnerlo. Non serve la laurea in psicologia per capire che siamo di fronte a una coppia asimmetrica, sbilanciata, zoppa, in cui la donna tiene al guinzaglio l’uomo. Ma è altrettanto lampante che non troveremo in loro stessi la spiegazione di tale normale anomalia. Flaubert dice che «la passione non dipinge se stessa, così come un volto non si fa l’autoritratto e un cavallo non va a imparare l’equitazione». Chi vuole insegnare al gatto ad arrampicarsi, finisce martoriato dai graffi.

Rosa non è una gatta randagia, non ha conosciuto la strada e le sue insidie notturne, non sa che cosa significhi difendere i piccoli dai cani rabbiosi. Rosa è una gatta di casa, sorniona, pigra, stanca. Eppure vigile. Perché le sue vibrisse da tinello sono ancora, dopo anni vissuti fra una poltrona e un tappeto, una forza della natura. Con esse percepisce tutto, sa tutto, prevede tutto. È terrea ma non spaurita, minuta ma non debole. La Gatta sorveglia il suo Orco e ne annusa gli umori.

E quindi sorge il fondato dubbio che un altro dramma, dopo quello avvenuto la sera dell’11 dicembre 2006, si stia consumando. Nasce nell’aula del tribunale di Como e si diffonde a macchia d’olio davanti a tutti i televisori d’Italia, su tutti i quotidiani e i settimanali d’Italia. È il dramma della gattesca fascinazione, dell’irresistibile gorgo che spinge in basso, dove abitano, nel buio più totale, i demoni reietti. Per dirla con Kierkegaard, è in atto la pericolosa metamorfosi di Rosa: da «interessantissima» solo per il suo Orco sta diventando, horribile dictu, «bellissima».

Quella del fascino del male è una vecchia storia, ancor più vecchia delle storie popolate da Orchi e Gatte. Però...

Però guardate com’era malignamente bella, anch’essa terrea ma non spaurita, anch’essa minuta ma non debole, la Rina Fort, nella nera Milano del dopoguerra, con il cappotto scuro e con la sciarpa gialla. Quanti cuori imprudenti rubò «la belva di via San Gregorio»? «I cuori - scrisse Dino Buzzati che seguì il processo -, anche ai più vecchi e scettici cronisti giudiziari, anche nel petto degli avvocati avvezzi, come i medici, a contemplar sventure, battevano più forte del solito. Quello della imputata no. Non alzò gli occhi, né impallidì, né vacillava di un millimetro. Atona e inerte. “Ergastolo”, si udì, poi delle represse grida di dietro, dove si accalcava il pubblico. “Bene! Bravi!”, e qualche rotto applauso. In lei nulla cambiò. Ma non capiva?».

La Rina era bella sul serio. Questa Gatta no. Ma, a guardar bene, affacciandosi appena sul gorgo fangoso che rotea come una betoniera dei sentimenti, un po’ nei tratti le somiglia. Sembra, insomma, una Rina invecchiata.

Quindi attenzione, se ci azzarderemo ad insegnarle come ci si arrampica sulla parete scivolosa di un processo, se commetteremo per un solo attimo l’errore di trovarla, oltre che malignamente «bella», «interessante», qualunque sarà la sentenza che la riguarda, i condannati saremo noi.