La Rosa smentisce Ferrante: «Pacs subito»

Nel «libro dei sogni» dell’ex rappresentante di Stato un assessorato per gli extracomunitari

Gianandrea Zagato

Persino la Rosa nel Pugno detta la linea a Bruno Ferrante. «Il registro dei Pacs si fa anche a Milano, tranquilli. Quando? Nei primi cento giorni di governo della città. Come? Con una delibera consiliare ad hoc». Promessa firmata da Roberto Biscardini che smentisce l’aspirante sindaco del centrosinistra: già, anche se nel suo programma elettorale si parla di riconoscimento delle convivenze «attraverso strumenti come il registro delle unioni civili», lui, l’ex prefetto sostiene che «questa del registro non è considerata una priorità di governo».
Figura da peracottari fatta in pubblico, annotata dai cronisti e sotto gli occhi delle telecamere: fotografia nuda e cruda dell’Unione che vuole governare Milano. Quella coalizione che, parola di Ferrante, ha come cifra distintiva «il dialogo, l’ascolto e la partecipazione dei cittadini». Premessa al sogno del centrosinistra di «una Milano più attenta ai giovani, che deve diventare la città dei giovani e per i giovani» ma pure di «una Milano che favorisce lo sviluppo degli anziani considerati un’opportunità» e, perché no, di «una Milano che abbia le caratteristiche per giocare un ruolo pure nella mediazione di alcuni conflitti, supportando quelle forze che schiacciate da dittature rivendicano libertà di espressione».
Concentrato del programma che con sommo sprezzo del ridicolo si guadagna l’applauso dei vertici meneghini dei Ds, Margherita, Rosa nel Pugno, Rifondazione e Verdi: trentanove paginette dove, attenzione, non c’è mai una risposta né ai bisogni di Milano né alle osservazioni dei giornalisti. «Dove si trovano i soldi, i fondi per dare corpo e sostanza ai progetti dell’Unione» chiede la stampa: «Pensiamo che dal governo di centrosinistra arrivino quei soldi alla città che dal governo di centrodestra non sono mai arrivati». Altrimenti? «Auspichiamo la partecipazione dei privati». Repliche di Ferrante adeguate alla «città che voglio» e dove, continua l’aspirante sindaco, c’è «il dimezzamento dell’Ici» di pari passo con «l’abbattimento degli oneri di urbanizzazione» e «la riduzione della tassa raccolta rifiuti». Come dire: di tutto e di più pur di conquistare consenso senza però avere un’alternativa a chiedere spiccioli al nuovo governo. Statalismo? Guai a chiamare il male con il proprio nome, Ferrante non lo sopporta e fa sapere, quindi, di aver in agenda «nuove privatizzazioni» ma anche di avere qualche idea «su come utilizzare al meglio gli utili dell’Atm» oltreché «su Sogemi che soffre e va quindi ripensata con una nuova governance».
«Monsieur Lapalisse, c’est moi» confida un addetto ai lavori che ben conosce la realtà delle partecipate, ben più avanti di quello che l’ex prefetto nemmeno si immagina. Ma ormai, Ferrante, è un fiume in piena e promette su ogni fronte: gli immigrati avranno «diritto al voto nei consigli di zona, nel quadro di un auspicato progetto nazionale verso il diritto di voto alle amministrative e alle regionali» e Milano «riconosce loro il diritto alla casa», gli sportivi disporranno di «una piscina olimpionica» e le ong internazionali costruiranno «partner stabili con le aree vicine del nostro Paese, dalle quali giungono a Milano i nuovi cittadini». E come se non bastasse per «la costruzione del nuovo welfare ambrosiano» c’è il «rifiuto di qualsiasi ipotesi di ulteriore limitazione delle risorse messe a disposizione delle persone e della cittadinanza».
Obiettivi di chi pensa ad una squadra di governo con tanto di assessorato ai diritti civili-coesione sociale-immigrazione, ai diritti dell’infanzia e, pensate un po’, alla «visione femminile della città». Che aggiungere di più? Ah, che nell’elenco delle liste a sostegno dell’aspirante sindaco non tornano i conti: sono dieci e non undici, manca cioè la lista civica di Dario Fo. Errore o lapsus? Anche in questo caso per avere una-risposta-una è davvero un’impresa non da poco.