Rosa da Tivoli ritrattista di umanissimi animali

Allevava i propri soggetti in una casa chiamata «L'Arca di Noè». E ne sapeva cogliere l'anima

Tra i grandi pittori italiani, e forse il più grande pittore di animali, vi è Rosa da Tivoli, tedesco, ma attivo in Italia a partire dai suoi vent'anni.

Era nato a Sankt Goar nel 1657. Figlio d'arte (anche il padre era pittore di animali), Philipp Peter Roos (questo il suo vero nome) arriva in Italia nel 1677 con una borsa di studio del Langravio di Assia, per perfezionarsi e tornare a corte. Ma, felice in Italia, non ritornò più in Germania. A Roma fu nella bottega di Giacinto Brandi, di cui sposò la figlia Maria Isabella nel 1681, convertendosi al cattolicesimo. Dal 1683 fu membro della Congregazione dei Virtuosi al Pantheon o Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Letteratura dei Virtuosi al Pantheon. Acquistò quindi nel 1684-5 una casa a Tivoli, popolata di animali, e perciò denominata «L'Arca di Noè». Era nel rione San Paolo, ancora oggi detto vicolo del Riserraglio. Gino Mezzetti, storico locale, ha scritto: «Per questa arteria, si usa far derivare il nome da quell'ambiente sbarrato, sito nella silenziosa piazzetta del rione, in cui il pittore tedesco Philipp Roos, detto Rosa da Tivoli (perché lavorava specialmente nel Tiburtino) rinchiudeva svariate bestie in un serraglio, che poi riproduceva nei suoi apprezzati quadri alcuni dei quali sono tuttora nella Pinacoteca Vaticana. Dal serraglio degli animali al rinserraglio e quindi al Riserraglio il passo è breve. Anche vicolo del Pittore, in via del Duomo, ha preso nome dal pittore, che in quella piccola arteria senza uscita abitava».

Dal 1691 Rosa si trasferi a Roma, membro della Schildersbent con il soprannome di Mercurius, per la velocità di esecuzione dei suoi dipinti. Spesso, si racconta, per mancanza di danaro dipingeva uno o due quadri che affidava da vendere a un domestico per potere pagare il conto all'osteria. Sregolato, per amore della libertà e per coltivare i suoi vizi morì in miseria.

Le sue opere certe sono veri e propri ritratti di animali domestici con i pastori nella campagna romana. Gli animali in primo piano, protagonisti, l'uomo più piccolo, il paesaggio spazioso e distante. Roos agita morbidamente una pittura a impasto dipingendo con cura i mantelli degli animali, in diverse posizioni e movimenti, con spontanee composizioni.

Negli anni '80, nella prima laboriosa maturità, Rosa componeva piccoli gruppi di animali, soprattutto pecore e capre, guidate da un caprone, con i pastori in secondo piano a controllare gli animali, entro valli e montagne di prevalenti tonalità giallo-brune, dipinte con stesura cremosa. Sul fondo, azzurre montagne contro cieli e nuvole rosati. Talvolta, come quinte, rovine di edifici antichi, in una calma arcadica.

A questo periodo appartiene un'opera fin qui sconosciuta, particolarmente intensa, che ha le caratteristiche sopra descritte: in particolare, pare di vedere una famiglia, con la figura dominante del caprone con le corna ritorte, la capra in riposo con la capretta, una pecora florida di morbida lana, e un giovane setter vigile su una piccola altura, in un paesaggio roccioso, aspro e selvaggio. Negli occhi delle sue capre c'è una verità dolente, un'alternativa coscienza del mondo, un'umanità mascherata. Come dirà Umberto Saba: «Ho parlato a una capra, / Era sola sul prato, era legata. / Sazia d'erba, bagnata / dalla pioggia, belava. / Quell'uguale belato era fraterno/ al mio dolore. Ed io risposi, prima / per celia, poi perché il dolore è eterno, / ha una voce e non varia. / Questa voce sentiva / gemere in una capra solitaria. / In una capra dal viso semita / sentiva querelarsi ogni altro male, / ogni altra vita». Lontane, sul fondo, nuvole grigie e rosa, contro l'inconfondibile cielo azzurro. Fresca e densa la pittura, come nessuna rende il manto degli animali. Più avanti, negli anni '90 Roos dipingerà prevalentemente paesaggi.

Tutti insieme i suoi quadri, epopea bucolica, e mai metaforica, degli animali, nel loro quieto abitare il mondo degli uomini, raccontano di un popolo parallelo, in paesaggi remoti e incontaminati. La pittura di Roos si mostra in pennellate mosse e dense, con formidabili e fragranti effetti cromatici. Altri pittori di animali, come Domenico Brandi e Nicola Viso, sono stati talvolta scambiati, per il genere, non per la qualità irraggiungibile nel mimetismo rispetto al vero, con il caposcuola Rosa da Tivoli. Nella florida bottega, anche fratelli e figli dell'artista, come era stato nella bottega pastorale dei Bassano, continueranno, generando deliberatamente equivoci, a dipingere gli stessi soggetti. Rosa da Tivoli morirà a Roma il 17 gennaio 1706.