ROSAI Vita di un teppista

A cinquant’anni dalla morte, una mostra nella sua Firenze celebra il grande e tormentato pittore «noir»

Fascista, teppista, affamato. In lite con il mondo. Così si descrive Ottone Rosai nei numerosi autoritratti, dal giovane Teppista del 1913, coltello in bocca, occhi cerchiati e lividi, berretto e aria truce, al disincantato Autoritratto del 1952, volto segnato, piega amara, occhi tristi. Fra le due date, una vita intensa, sofferta, disperata. Fino a sognare di andarsene all’altro mondo, come il padre che si era suicidato in Arno nel 1922, malato e indebitato. «Ammazzo i giorni in attesa di quello che ammazzi me» scriveva Rosai il 27 aprile 1932 ad Attilio Vallecchi. Erano anni bui. Rottura dell’amicizia con i vecchi compagni Soffici, Papini, Carrà, difficile situazione finanziaria, reazioni dure ai suoi libri di stampo fascista e antipapale. Intime lacerazioni per la sua latente omosessualità. Tutto noir insomma.
Eppure non esiste pittura più lirica e poetica della sua in tutto il XX secolo. Firenze, le sue case, stradine, osterie e bettole. Le sue periferie, campagne, mulini. I suoi abitanti, «omini», più raramente «donnine», semplici e modesti, operai, giocatori di bocce e biliardo, lastricatori, bevitori e anche gobbi. E poi nudi maschili, scheletrici, riflessi di sogni proibiti. Trattati con una pittura densa e scura, bluastra e rossastra, sintetica, plastica come quella di Masaccio e degli altri conterranei quattrocenteschi. Dipinti che tutti insieme raccontano una forte storia autobiografica, quella di Ottone Rosai, pittore e scrittore, nato a Firenze nel 1895 e morto a Ivrea nel 1957.
Protagonista, fino al 25 marzo, di una mostra a Palazzo Medici Riccardi di Firenze che - preceduta da un convegno tenutosi sabato scorso nello stesso luogo - raccoglie cinquanta dipinti a cinquant’anni dalla morte. Nudi, ritratti, paesaggi, nature morte, non sempre noti, dagli anni Dieci ai Cinquanta, con capolavori come Via Toscanella del 1922, una straordinaria rievocazione novecentesca degli scenari urbani di Masolino e Masaccio.
Ma, all’inizio, nel 1913 è il simbolismo ad affascinare Rosai, nato e cresciuto in via Cimabue, uno dei vecchi quartieri popolari d’Oltrarno, dove il padre ha bottega di intagliatore e falegname. Legge Baudelaire, ha un piccolo studio in via Ricasoli, vicino all’Accademia e ha i primi contatti con i pittori futuristi della rivista letteraria Lacerba. Grazie ad Ardengo Soffici, il giovane Rosai si apre a fatti artistici internazionali, conosce la pittura di Cézanne, di Picasso, il cubismo. Dipinge quadri futuristi e cubofuturisti come il Bar San Marco del 1914. Interventista, parte soldato nel 1915, viene ferito e decorato. Dall’esperienza bellica nascono dipinti come Vallesina, Alla Rotonda e libri come il Libro di un teppista e Dentro la guerra.
Poi l’adesione al fascismo. «Un fascista riottoso contro il fascismo, e quindi malvisto sia dai fascisti sia dagli antifascisti» lo definiva il poeta Mario Luzi. È l’abbandono dell’avanguardia per il ritorno alla realtà, all’antica pittura toscana, che fa breccia negli anni Venti con paesaggi fatti di borghi solitari e vigneti, interni di bettole dove cominciano a comparire quei giocatori di briscola che accompagneranno il pittore per tutta l’esistenza.
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LA MOSTRA
«Cinquanta dipinti di Ottone Rosai a 50 anni dalla scomparsa». Firenze, Palazzo Medici Riccardi, via Cavour 3. Fino al 25 marzo. Catalogo Edizioni Pananti. Curatore Luigi Cavallo. Info: www.firenzeturismo.it.